da Los Angeles
Quante cose accadono sotto i nostri occhi senza che ne conosciamo le ragioni? Dietro governi e servizi segreti si nascondono decisioni e responsabilità che emergono soltanto decenni dopo. È da questa zona d’ombra che prende forma Wild Horse Nine, il nuovo film di Martin McDonagh, nelle sale italiane dal 5 novembre. Siamo nel 1973, alla vigilia del golpe che rovescerà Salvador Allende in Cile. Due agenti della CIA, Chris (John Malkovich) e Lee (Sam Rockwell), vengono spediti dal loro superiore (Steve Buscemi) sull’Isola di Pasqua, Rapa Nui. Chris, vicino alla morte, ripensa a una vita al servizio del Paese e al prezzo pagato dagli altri. Un’interpretazione che è valsa a Malkovich la Coppa Volpi come miglior attore all’ultima Mostra del Cinema di Venezia e che lo propone fra i favoriti per una nomination agli Oscar.
Incontriamo Malkovich al Four Seasons di Beverly Hills.
Kennedy e il golpe cileno: quanto pesano sui personaggi?
«Kennedy nel 1963 e Allende nel 1973 delimitano la storia. Due calamite che schiacciano chi si trova in mezzo. Il dopoguerra era uno scontro esistenziale tra sistemi: comunismo e socialismo da una parte, democrazia e capitalismo dall’altra. Ogni scelta, e ogni sua giustificazione, passava attraverso quella lente».
Il suo personaggio Chris cerca di giustificare le proprie azioni?
«Non credo che si faccia illusioni su se stesso o su ciò che ha fatto. Nel film, parlando di Patrice Lumumba, ricorda la frase: Se mi uccidete, ucciderete la democrazia in Africa per i prossimi cinquant’anni. E Chris risponde: Cosa credi che stiamo cercando di fare?. Una battuta nerissima, ma tristemente vera. Non direi che Chris cerchi giustificazioni. Sta riflettendo. Forse avrebbe dovuto cominciare prima, ma a volte succede così, alla fine del percorso».
Lei ricorda personalmente quelle vicende?
«Ricordo Lumumba inseguito e picchiato al telegiornale della NBC, mentre mi preparavo per andare a scuola. Ero un bambino e non capivo perché qualcuno potesse fare una cosa simile a un altro essere umano. Il Cile, poi, lo conoscevo bene. Ho adattato un lavoro di Roberto Bolaño, Il famigerato Ramírez Hoffman, che racconta anche gli orrori della dittatura di Pinochet. Sono storie con cui sono cresciuto. La storia della civiltà comprende anche quella della barbarie. È difficile separarle».
Che cosa ha significato secondo lei l’assassinio di Kennedy?
«È stato uno degli eventi che hanno liberato una grande quantità di nichilismo. Conta soprattutto ciò che l’allora presidente rappresentava: giovinezza, speranza, cambiamento, tutte parole che sentiamo ripetere in politica. Il nichilismo è pericoloso quando si diffonde in una società. Da una parte c’è il pericolo di credere ciecamente, dall’altra quello di non credere più in nulla. Entrambi sono dannosi».
La politica produce ancora traumi simili?
«La storia è piena di episodi del genere. C’è sempre un Bruto, un Cesare, un Gandhi. Pensiamo all’arciduca Francesco Ferdinando: il suo assassinio scatenò una catastrofe di violenza inaudita. Spesso non si riflette su ciò che un gesto può scatenare. E la politica lo fa anche deliberatamente. È come aprire continuamente il vaso di Pandora. Ho grandi riserve sulle ideologie e su molte altre cose. Ma almeno non sono un nichilista».
Chris e Lee sono due colleghi, si vogliono bene ma litigano sempre. È questa l’amicizia maschile?
«Direi di sì. Con alcuni amici non discuto quasi mai, con altri litigo spesso. È abbastanza tipico. Sono due uomini molto diversi, in momenti diversi della vita. Lee ha un matrimonio difficile ed è ancora un uomo dell’azienda, dove l’azienda è la CIA. Probabilmente crede ancora che il fine giustifichi i mezzi. Chris invece sta morendo e comincia a chiedersi se sia davvero così».
È un’amicizia autentica, nonostante tutto?
«Penso di sì. Chris dice che Lee è il suo primo vero amico e io gli credo. Ho ancora amici dell’asilo, anche se diventano sempre meno: molti sono morti, come tanti colleghi. Quei due si divertono insieme e si irritano moltissimo. Discutono su cose assurde: non tanto se sia giusto uccidere qualcuno, ma se sia opportuno farlo mentre si mangia. È un rapporto paradossale, eppure profondamente umano».
Si possono ereditare traumi mai vissuti? Il cinema può aiutarci a comprenderli?
«Sì a entrambe le domande. Possiamo comprendere il dolore degli altri anche senza averlo vissuto. Non so se la settima arte possa cambiare il mondo. Ma il cinema, il teatro, la musica, la pittura, la letteratura possono farci riflettere. Un grande spettacolo teatrale mi spinge a interrogarmi sulla mia vita. E se prima non riflettevi e adesso lo fai, allora qualcosa è cambiato. Non credo che l’America sia considerata un Paese particolarmente incline alla riflessione. L’arte è un modo elegante per favorirla».
