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Cinema

Tinto Brass, un regista anarcoide (di destra)

Brass era partito con piede giusto e spirito anarcoide

La vita e le opere di Tinto Brass

C’è stato un prima e un dopo La chiave. Quel film imprevedibilmente erotico ha cambiato la considerazione della critica nei confronti di Tinto Brass. Quando si sparse la voce che nella pellicola c’era una Stefania Sandrelli davvero bollente, in pochi si aspettavano quel che poi avrebbero visto sullo schermo. Partiamo dalla forma; costumi d’epoca e ambienti perfetti; una vivida nitidezza fotografica degli interni come al solito impeccabile; una Venezia in esterno invernale, fredda, gelida, livida, ventosa e nebbiosa. Arriviamo al contenuto: sesso piuttosto spinto. Anche se a rivederlo oggi non appare poi così spinto. Brass era partito con piede giusto e spirito anarcoide. Il suo Chi lavora è perduto prometteva più che bene, collocando il suo autore fra i registi dediti all’«impegno». Il protagonista girando senza meta per Venezia condivide e anticipa tutte le aspettative palingenetiche del Sessantotto. E lo fa con stile modernissimo. A qualche commentatore scappò il paragone: il nuovo Jean-Luc Godard sulla Laguna. Il successivo Col cuore in gola andava oltre. La swinging London vista però da un’angolazione fumettistica, nel senso della collaborazione prestata al film da Guido Crepax. Poi ci sono stati Salon Kitty e Caligola. E il naso critico si è cominciato ad arricciare. La chiave è stata la goccia che ha fatto traboccare il vaso. Un recensore riassume l’umore del tempo: Tinto Brass è partito da un romanzo sofisticato del nipponico Tanizaki per arrivare a Bombolo. Scellerata considerazione. Il pubblico accorse in massa: campione d’incassi. Brass pensò di aver trovato una vena aurea. E proseguì sulla stessa strada con minore fortuna. La critica alzò l’intensità del cannoneggiamento. Errore su errore. Il regista aveva un talento anarchico che avrebbe dovuto indirizzare meglio. Per esempio, doveva girare lui, e non Liliana Cavani, La pelle di Curzio Malaparte. Avrebbe dato briglia sciolta ad un aspetto messo in sordina la sessualità nel più importante romanzo storico italiano del dopoguerra. Sarebbe così diventato, a tutti gli effetti, l’«anarchico di destra» del cinema italiano, accanto a Valerio Zurlini (nel prodotto sofisticato) e Pasquale Squitieri (nel prodotto popolare). Peccato!

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