In Sardegna l’hanno perfino scritto sui muri e non avevano torto. «Sa zustissia murit» che, tradotto fa, più o meno, «La giustizia uccide». Non si sa bene se fu un monito o un’infausta predizione, certo è che Beniamino Zuncheddu ha sperimentato sulla propria pelle il senso di quella frase. E detiene un primato. Il più grave errore giudiziario della Repubblica. Trentatrè anni di detenzione da innocente per un triplice delitto mai commesso.
Era il febbraio del ’91 quando, in casa irruppe la polizia. Lui stava guardando il festival di Sanremo con la sorella, fan dei Tazenda, quell’anno in gara con Spunta la luna dal monte. Beniamino fu prelevato e sbattuto in galera perché tre pastori che conosceva a malapena - Gesuino e Giuseppe Fadda oltre a Ignazio Pusceddu - furono massacrati a fucilate da un killer sconosciuto. Sopravvisse un testimone nel buio di quell’ovile a Sinnai. Non vide nulla ma, su imbeccata della Procura, incolpò Zuncheddu che in un procedimento lampo vide divorare il tempo dai tre gradi di giudizio e, in meno di dodici mesi, si ritrovò all’ergastolo.
Principi del foro tutt’altro che missionari rilasciarono parcelle astronomiche ma la pena non subì decurtazioni. Lo Stato, inflessibile con gli innocenti, si dimostrò di ghiaccio perfino nel concedere a Zuncheddu il permesso di lavorare in un elegante bar che l’aveva assunto. Questa infame storia che solo nel 2024 ha ricevuto davvero giustizia la racconta oggi Zustissia di Francesco Piras, dal 15 ottobre nelle sale, ispirato al libro Io sono innocente scritto da Beniamino Zuncheddu e Mauro Trogu.
Questi è il giovane legale che non si è lasciato intimidire e, seppur abituato a confrontarsi con abusi edilizi, non ha avuto paura di dimostrare l’estraneità di Zuncheddu ai fatti a lui addebitati. Un imbroglio che ha nomi e cognomi precisi, maturato all’ombra di un sequestro di persona da cui la Sardegna di allora non era immune. Una tragedia che sbriciola il caso Tortora e il discusso Garlasco ma si accomuna per il denominatore dell’in-zustissia. Nel 2024 Zuncheddu è tornato libero «per non aver commesso il fatto» dopo la revisione del processo. Nessuno però ha pagato per avergli rubato 33 anni di vita.
