L’andamento dei prezzi al consumo e la conseguente risposta della perequazione automatica si preparano a modificare, con l’inizio del nuovo anno, il peso economico delle pensioni degli italiani. Se le stime provvisorie legate al costo della vita dovessero trovare conferma nei rilevamenti conclusivi dell’ISTAT, in vista del consueto decreto di fine anno a firma del Ministero dell’Economia e delle Finanze, l’indice di rivalutazione per il 2027 si dovrebbe attestare attorno al 2,9%. Una cifra sensibilmente più generosa rispetto ai ritocchi del recente passato, ma che rimane per ora solo un’ipotesi: l’ammontare preciso dell’incremento verrà formalizzato il prossimo novembre.
Questo sistema è nato con lo scopo di tutelare il potere d’acquisto dei cittadini attraverso l’applicazione di una progressività inversa: maggiore è la fascia di reddito, minore risulta la quota di inflazione recuperata. L’elemento chiave per il calcolo della rivalutazione è il trattamento minimo, che lo scorso anno è stato fissato a 611,85 euro: posto che l’adeguamento non colpisce la pensione come un blocco unico, ma agisce per scaglioni progressivi, il recupero avverrà in questo modo:
- Fascia di tutela totale (fino a 4 volte il minimo, ovvero 2.447,40 euro): viene riconosciuto l’adeguamento integrale del 100% dell’indice stimato, quindi, se venisse confermato a fine anno, il 2,9% pieno;
- Fascia intermedia (tra 4 e 5 volte il minimo, fino a 3.059,25 euro): il tasso di recupero scende al 90% del dato teorico per la parte eccedente di tale soglia, pari per il momento al 2,61%;
- Fascia alta (oltre 5 volte il minimo): l’indicizzazione si attesta al 75% ossia un +2,175% applicato sulle quote eccedenti i 3.059,25 euro.
Ma di che cifre si parla esattamente? Partendo dagli importi più bassi, con un recupero totale stimato del 2,9%, le minime salirebbero da 611,85 a circa 629,59 euro al mese (+ 17,74 euro). Tuttavia, per i pensionati che beneficiavano delle integrazioni straordinarie temporanee in scadenza il 31 dicembre, la percezione netta dell’aumento potrebbe rivelarsi più ridimensionata rispetto alle attese. Per le fasce immediatamente superiori gli importi progressivi sarebbero i seguenti:
- Assegno da 1000 euro lordi: +29,00 euro (+377,00 euro comprensivo di tredicesima);
- Assegno da 1500 euro lordi: +43,50 euro lordi (ovvero +565,5 annuali lordi);
- Assegno da 2000 euro lordi: +58,00 euro (con un impatto di 754,00 euro).
Diverso il discorso per chi percepisce oltre i 2447,40 euro lordi, per l’effetto delle quote ridotte di perequazione che erode in maniera sensibile l’adeguamento. Per capire meglio la differenza si può fare l’esempio di una pensione da 4000 euro lordi: un incremento pieno del 2,9% porterebbe a incassare 116 euro mensili, ma con la riduzione per scaglioni il totale scende a circa 107,40 euro. Nel dettaglio ecco i successivi scaglioni:
- 2.500 euro lordi: incremento di 72,34 euro al mese (+940,42 euro l’anno);
- 3.000 euro lordi: incremento di 85,40 euro al mese (+1.110,20 euro l’anno);
- 3.500 euro lordi: incremento di 96,50 euro al mese (+1.254,50 euro l’anno);
- 4.000 euro lordi: incremento di 107,40 euro al mese (+1.396,20 euro l’anno)
Per quanto concerne il netto, su di esso influiscono in modo determinante le aliquote IRPEF per scaglioni, la presenza di detrazioni da pensione e il carico variabile delle addizionali regionali e comunali. Grossomodo gli incrementi stimati netti sono i seguenti:
- 1.000 lordi: il guadagno reale netto sarà di circa 20 al mese;
- 2.000 lordi: l’aumento effettivo si attesterà intorno ai 40 euro;
- 3.000 lordi: la busta paga crescerà di poco più di 50 netti;
- 3.500 lordi: l’integrazione netta si fermerà attorno ai 60 euro mensili.
