Facevano affari sulla ricostruzione post sisma del 2016 nelle Marche, incassando finanziamenti pubblici e aprendo le porte alle organizzazioni mafiose, imprese in odore di ‘ndrangheta che drenavano denaro da un sistema da 8 milioni di fatture false grazie a un imprenditore insediato da tanti anni a Sassoferrato, in provincia di Ancona. E ancora ditte vicine a criminalità calabrese e altre riconducibili a persone contigue con il clan di camorra guidato da Michele Zagaria che sono riuscite a inserirsi nei cantieri grazie a subappalti ricevuti un imprenditore maceratese che faceva da «cerniera» incassando profitti milionari.
Sono due dei quattro filoni dell’inchiesta denominata «Ricostruzione» della Guardia di Finanza di Ancona, coordinata dalla Dda, culminata in otto arresti, sequestri per 57 milioni e 51 persone indagate per reati che vanno dalla corruzione alla truffa aggravata dall’agevolazione di organizzazioni mafiose per erogazioni pubbliche. Grazie ad un giro di contratti fasulli per fare risorgere i paesi colpiti dal sisma, gli indagati riuscivano ad aggirare le regole per i finanziamenti pubblici. Era l’imprenditore marchigiano al centro delle indagini che, pur non avendo abbastanza dipendenti per portare avanti i cantieri, riusciva ad aggiudicarsi un numero enorme di lavori che affidava ad altre società, alcune riconducibili a soggetti vicini alla criminalità organizzata. Facendo sì che fiumi di denaro arrivassero ad imprese che non avrebbero avuto alcun titolo per partecipare alla ricostruzione. Esaminando la posizione dell’imprenditore definito dal gip «cerniera», Enrico Crucianelli, è emerso un ulteriore filone relativo a un «comitato d’affari» in cui avrebbe avuto un «ruolo centrale» l’avvocato Fabio Pistarelli, ex capo di Gabinetto della giunta regionale guidata al presidente Francesco Acquaroli. Secondo l’accusa, Pistarelli, insieme a due imprenditori finiti in manette e a soggetti in contesti istituzionali regionali o universitari, avrebbe creato una «struttura stabile d’intermediazione illecita negli appalti capace di sfruttare relazioni qualificate con pubblici ufficiali e centri decisionali per orientare gare, finanziamenti e ottenere utilità. Sarebbe stato il «peso istituzionale» di Pistarelli, secondo la Procura, a conferire al gruppo «la capacità concreta di incidere su procedure amministrative e appalti anche con la divulgazione di notizie riservate coperte da segreto d’ufficio».
