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Cronaca giudiziaria

Caso Cortese, la giustizia diventa ingiustizia: dopo 13 anni la Cassazione ordina un altro processo per 5 poliziotti

Dopo tredici anni, il caso Shalabayeva resta ancora senza una sentenza definitiva. La Cassazione dispone un nuovo processo d’appello per il prefetto Renato Cortese e altri quattro poliziotti, tra condanne, assoluzioni e annullamenti. E si riapre il caso dei tempi infiniti della giustizia italiana

Shalabayeva Cortese

La giustizia italiana ha trovato il modo di non mettere la parola fine neppure a questo processo ai cinque poliziotti accusati di un reato inesistente.

Tredici anni dopo il caso Shalabayeva, dopo condanne, assoluzioni, annullamenti e un nuovo giudizio, la Cassazione dispone per la seconda volta un terzo appello per il prefetto Renato Cortese e gli altri quattro poliziotti coinvolti nella vicenda.Un altro processo. Un’altra attesa. Un altro pezzo di vita consegnato a una macchina giudiziaria che continua a girare senza arrivare a una conclusione definitiva.

Il prefetto Cortese, l’uomo che ha arrestato centinaia di mafiosi e criminali e latitanti fra cui Giovanni Brusca e Bernardo Provenzano, non andrà dunque incontro, per effetto di questa decisione, a una condanna definitiva per il sequestro della figlia di Alma Shalabayeva. Dovrà affrontare un altro giudizio. Come Maurizio Improta, Francesco Stampacchia, Luca Armeni e Vincenzo Tramma. Per tutti, invece, è intervenuta la prescrizione del contestato sequestro della madre.È questo il nuovo capitolo di una storia giudiziaria che sembra incapace di trovare un punto fermo. E che impone una domanda: quanto può durare un processo prima che sia la sua stessa durata a diventare un’ingiustizia?

La novità non riguarda soltanto il rinvio a un nuovo processo. Riguarda anche la distinzione tra le responsabilità dei funzionari della Squadra mobile e quelle dell’Ufficio immigrazione, un punto che la procura generale della Cassazione aveva già sollevato nell’udienza del 20 ottobre. Ma questi uomini dello Stato come possono ancora andare avanti dopo che hanno sofferto le pene dell’ingiustizia che nessuna sentenza potrà più cancellare? È il tempo la loro condanna.

Nel maggio 2013 Cortese dirigeva la Squadra mobile di Roma. I suoi uomini cercavano Mukhtar Ablyazov, ex ministro kazako ricercato attraverso i circuiti internazionali di polizia. Nella villa di Casal Palocco non trovarono lui, ma la moglie Alma Shalabayeva, che esibì un passaporto ritenuto falso. La donna e la figlia Alua, allora di sei anni, furono successivamente rimpatriate in Kazakistan. Il provvedimento di espulsione venne poi revocato.

Da quell’operazione nacque l’accusa di sequestro di persona. E cominciò un percorso giudiziario che avrebbe conosciuto una condanna in primo grado, l’assoluzione della Corte d’appello di Perugia nel 2022 perché «il fatto non sussiste», l’annullamento della Cassazione nel 2023 e una nuova condanna a Firenze nel novembre 2025, nonostante il procuratore generale avesse chiesto l’assoluzione degli imputati. A complicare ulteriormente questa storia ci sono i documenti. Una lettera del 22 luglio 2013, firmata dall’allora segretario generale dell’Interpol Ronald K. Noble, chiariva che lo status di rifugiato riconosciuto ad Ablyazov dal Regno Unito non risultava nelle banche dati dell’organizzazione. Gli investigatori italiani, consultando quei circuiti ufficiali, non avrebbero potuto conoscerlo.Un elemento che non risolve da solo la questione delle responsabilità penali, ma che pone un interrogativo preciso: che cosa sapevano realmente quei funzionari quando agirono? E come distinguere un’eventuale irregolarità amministrativa dalla volontà di commettere un sequestro di persona?

Lo scorso 8 ottobre l’Associazione nazionale funzionari di polizia aveva scritto ai ministri dell’Interno e della Giustizia denunciando il rischio di un «reato di adempimento»: l’eventualità che un funzionario, agendo sulla base delle informazioni ufficialmente disponibili, possa ritrovarsi accusato di un delitto doloso. Una preoccupazione che investe non soltanto gli imputati, ma il rapporto tra responsabilità individuale e affidamento negli atti dello Stato.Nell’udienza del 20 ottobre il sostituto procuratore generale Alessandro Cimmino aveva distinto le posizioni degli imputati. Per Cortese, Luca Armeni e Francesco Stampacchia aveva sostenuto la mancanza di prova del dolo nel contestato sequestro della minore, chiedendo un nuovo giudizio. Per Maurizio Improta e Vincenzo Tramma aveva invece sollecitato un nuovo appello limitato alle attenuanti generiche, ritenendo sussistente il dolo. Per tutti aveva chiesto la prescrizione dell’accusa relativa alla madre.

La prescrizione non equivale a un’assoluzione nel merito. E un annullamento con rinvio non cancella automaticamente tutte le contestazioni. Sono distinzioni essenziali, proprio perché una vicenda tanto lunga non può essere raccontata sacrificando la precisione giuridica. Resta il dato che più colpisce. Cortese e gli altri funzionari, dopo tredici anni, non hanno ancora concluso il loro percorso giudiziario. Hanno attraversato tribunali, corti d’appello e due giudizi di Cassazione. Hanno conosciuto verdetti opposti. E devono ancora attendere.Le sentenze si rispettano. Anche quando non convincono. Il controllo dei giudici sull’operato della polizia è una garanzia irrinunciabile, non un ostacolo all’azione dello Stato. Proprio per questo, però, quel controllo deve arrivare a una conclusione in tempi ragionevoli.

Perché un processo non è soltanto una successione di udienze e sentenze. È una parte della vita di chi lo attraversa. Sono gli anni, la reputazione, il lavoro, le famiglie, l’incertezza di un futuro continuamente rinviato.Il caso di Renato Cortese pone dunque una questione che riguarda tutti, non soltanto cinque funzionari di polizia: quanto vale la presunzione d’innocenza se per arrivare a una sentenza definitiva occorre attraversare una parte così lunga della propria esistenza?Perché una giustizia che pretende di accertare le responsabilità degli altri dovrebbe essere capace di riconoscere anche le proprie. E tredici anni senza una conclusione definitiva sono un problema di cui qualcuno, prima o poi, dovrà assumersi la responsabilità.

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