«Sappiamo i nomi dei mandanti e degli esecutori dell’omicidio di David Rossi, li riveleremo domani». Al Tg1 delle 13.30 di ieri il presidente della commissione parlamentare sul manager Mps volato dalla finestra del suo ufficio a Siena conferma le indiscrezioni del “Giornale” sui verbali secretati depositati solo venerdì in commissione, nei quali ci sarebbe la chiave dietro la morte del responsabile Comunicazione della banca senese morto il 6 marzo del 2013, che per la Procura toscana continua ad essere un suicidio.
Da quanto ha potuto ricostruire il Giornale, nei verbali ci sarebbero le dichiarazioni di due soggetti: un testimone oculare dell’aggressione a Rossi e un imprenditore con qualche guaio giudiziario legato forse alle indagini sulle infiltrazioni mafiose nell’Emilia-Romagna come a Brescello e Reggio Emilia, nel Bresciano e nel Mantovano. Non è un caso se sulla vicenda adesso ci sarebbero almeno tre fascicoli nelle Dda di Firenze, Bologna e Brescia, competente su Viadana. Dove insiste una filiale di una banca controllata da Mps (la Pop Puglia e Basilicata) che in quegli anni sarebbe stata molto generosa con alcuni prestanome delle cosca Grande Aracri, decapitata dalla magistratura ma ancora molto forte, garantendo fidi e vorticosi giri di contante che sarebbero transitati da Siena a Roma. Il collegamento è il numero 4099099 ritrovato sul cellulare di Rossi, lo stesso numero di un certificato di un deposito ordinario a tasso fisso al portatore con scadenza 31 agosto 2013, intestato a un prestanome.
Nei verbali l’imprenditore racconterebbe di aver avuto mandato - da chi lo rivelerà solo domani Vinci - di «intimidire» David Rossi ma di non averlo potuto organizzare questa spedizione punitiva perché «ai domiciliari». Rossi era al centro del sistema di sponsorizzazioni Mps da 50 milioni l’anno che avrebbe ingolosito la ’ndrangheta, probabilmente perché con i pm in sede dopo il crac che ha rischiato di mandare ko la banca con una storia quasi millenaria i cordoni delle donazioni si sarebbero fortemente ristretti, o forse perché temevano che Rossi avrebbe potuto rivelare ai magistrati alcune pericolose alchimie finanziarie - tra crediti concessi a società vicine alla ‘ndrangheta e operazioni finanziarie poco trasparenti - dietro un possibile sistema collaudato di riciclaggio. Le indagini di altri procedimenti e della Dda hanno già dimostrato come l’istituto senese in quel periodo fosse permeabile alle infiltrazioni malavitose, per questo motivo la famiglia di David Rossi continua a chiedere che la magistratura vada fino in fondo su ogni strada legata al contesto economico. Secondo l’avvocato della famiglia Carmelo Miceli, vista la figura di Rossi come dirigente apicale di Monte dei Paschi di Siena, «la pista legata ai flussi economici rimane tra le più importanti da approfondire».
Un altro testimone oculare avrebbe descritto l’aggressione a Rossi - non è chiaro se da protagonista o da spettatore - confermando per tabulas le ricostruzioni a cui sono giunti recentemente i Ris. Rossi sarebbe stato aggredito nel suo ufficio da almeno un paio di uomini robusti, capaci di tenerlo appeso per un braccio minacciandolo di farlo cadere e così determinati da scendere nel vicolo di Monte Pio assieme ad altri due o tre complici una volta caduto Rossi, osservarlo agonizzare per più di venti minuti e lasciandolo morire senza soccorrerlo per timore che raccontasse tutto. Si tratterebbe di una dinamica che sarebbe già emersa dalle perizie chieste da Miceli nel 2017, a cui la Procura di Siena non ha voluto credere. A queste conclusioni era giunto anche il presunto supertestimone Antonio Muto, altro imprenditore con precedenti per ’ndrangheta, che aveva raccontato di essere stato aggredito nel vicolo mentre si recava (in ritardo) a un appuntamento con Rossi fissato alle 19.50 di quel maledetto 6 marzo. Nei verbali secretati dalla commissione si parlerebbe anche di alcuni politici a disposizione delle cosche, ma su questo non sono trapelate altre indiscrezioni. Tra 24 ore o poco più ne sapremo di più.
