È bastato un invito veicolato sulla chat WhatsApp “Occupazione scuole Cremona 19/10/2026” per trasformare una provocazione in psicosi collettiva. L’appello, che incitava ad assalti violenti, saccheggi nei negozi e devastazioni negli istituti scolastici, si è rivelato un falso allarme. Ma l’effetto sulla città è stato immediato, spingendo la Prefettura e la Digos a convocare un vertice d’urgenza e portando alla denuncia di due minorenni per istigazione a delinquere e procurato allarme.
L’episodio cremonese è solo la spia di un fenomeno ben più ampio. Nelle stesse ore in cui Milano tenta di smaltire la tensione per i disordini dei giorni scorsi, un secondo fronte, subdolo e strisciante, sta paralizzando la comunità universitaria milanese: il fronte digitale delle psicosi virali che rimbalzano da uno smartphone all’altro, alimentando ansia e paura negli spostamenti quotidiani.
L’analisi dei fatti impone tuttavia una distinzione nettissima e rigorosa tra due fenomeni profondamente diversi che si stanno sovrapponendo in queste ore.
Da un lato vi è l’organizzazione concreta di azioni vandaliche e blitz. Contrariamente a quanto ipotizzato in un primo momento, non si tratta di gruppi di universitari radicalizzati né di canali criptati inaccessibili. I messaggi e gli screenshot diffusi provengono da chat WhatsApp create da giovanissimi tra i 14 e i 18 anni. Nelle conversazioni compaiono veri e propri sondaggi per votare i negozi del centro da prendere di mira — dalle catene di profumeria all’elettronica, fino ai marchi di abbigliamento, sneaker e alta moda — accompagnati dall’obbligo di abbigliamento “all black”, passamontagna e slogan come “raga no scazzi como va distrutta insieme” e “24/10 tutti in vittoria alle 15!!”. È il caso della chat “24.10 Como”, formata da centinaia di minori, o del gruppo “24 e 30 ottobre guerra” a Bologna.
L’attenzione degli investigatori è ai massimi livelli per sabato 24 ottobre. Il focolaio principale riguarda l’appuntamento in piazza Vittoria a Como, dove la locandina “Rivolta a Como” e i messaggi scambiati paventano l’uso di mazze, bombe carta e perfino katane. A Bologna compaiono minacce dirette come “far esplodere le camionette” e “sabato Bologna prende fuoco”. Pur trattandosi di adolescenti, l’allarme per queste adunate è considerato concreto.
Dall’altro lato c’è l’ondata virale di psicosi da tam-tam digitale esplosa tra il 19 e il 20 ottobre negli atenei milanesi. Sui gruppi di classe e nelle storie Instagram con l’invito “fate girare”, si rincorrono allarmi privi di riscontro reale. Si paventano blitz a Cadorna, Duomo, CityLife, Navigli e Brera “per picchiare stranieri a vista e poi passare alle banche più importanti, musei e università”, raccomandandano “occhi sempre sulle spalle se qualcuno vi ferma o si avvicina in modo strano correte”. A questi si aggiungono notifiche d’odio ancora più inquietanti, come presunti stupri di massa (“hanno fatto un ulteriore gruppo per violentare domani le ragazze...”) o minacce di incendi contro la Bocconi, la IULM e l’Anguissola (“vogliono entrare all’anguissola e distruggerlo e dargli fuoco”).
Questi testi mutano a ogni passaggio, generando un grave allarme cibernetico. Su Reddit e nelle chat di corso si discute di studenti che scelgono di restare a casa per paura. Tutto questo pone le autorità di fronte a una duplice sfida: arginare la capacità dei minorenni di coordinare blitz reali e bloccare un’epidemia di disinformazione e psicosi da chat capace di paralizzare la vita cittadina e universitaria.
