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Cronaca giudiziaria

Garlasco, solo fumo sulle prove occultate. E il generale Garofano ora attacca il Giornale

In un crescendo di aggressività, Garofano è fuori controllo dalla scoperta dell’occultamento delle due corse negative al Dna di Chiara Poggi sui pedali della bici di Stasi e dell’assenza di sangue determinata da un test rimasto segreto fino a pochi giorni fa

Il perito di parte della famiglia Scazzi, ed ex comandante del Ris di Parma, Luciano Garofano, lascia la caserma dei carabinieri Salvo D'Acquisto, dove sono iniziati gli esami sui reperti relativi all'omicidio si Sarah Scazzi, la quindicenne di Avetrana, uccisa, secondo la Procura di Taranto, lo scorso 26 agosto, dallo zio Michele Misseri e da sua figlia Sabrina, oggi 25 ottobre 2010 a Roma. ALESSANDRO DI MEO/ANSA

Il generale che ci attacca ma non spiega. Luciano Garofano, il frontman dei Ris che occultarono le prove che scagionavano Alberto Stasi, torna alla ribalta con una strategia nuova, un mix tra “non ricordo”, “non abbiamo commesso errori” ed “è tutta una costruzione mediatica per delegittimarci”. Forte del fatto che la mistificazione della realtà possa attecchire nelle menti del “popolino”, come lui stesso ha chiamato gli italiani in alcuni dei salotti tv che ha assediato nell’ultimo anno e mezzo, in cui ha attaccato l’inchiesta su Garlasco della Procura di Pavia e si è scagliato contro i carabinieri di via della Moscova, “rei” di cercare la verità manipolata nell’indagine targata Cassese/Garofano. Un campo di battaglia sul piccolo schermo, dove il grande condottiero ha sfoggiato doti poco consone a un ex servitore dello Stato, scagliandosi a colpi di “stia zitta” contro l’avvocato Giada Bocellari (stessa sorte per la sottoscritta), minacciando i giornalisti “incompetenti” di querele e “augurando” ad Antonio De Rensis di arrivare alla pensione. In un crescendo di aggressività che non rende onore all’Arma, Garofano è fuori controllo dalla scoperta dell’occultamento delle due corse negative al Dna di Chiara Poggi sui pedali della bici di Stasi e dell’assenza di sangue determinata da un test rimasto segreto fino a pochi giorni fa. Tutta una macchinazione della stampa, insiste lui su poltrone senza contraddittorio, visto che ormai declina qualsiasi invito in tv se tra gli ospiti ci sono la Bocellari, De Rensis e la Cavallaro. D’altronde, è più facile manipolare la realtà se non c’è nessuno a replicare. Nonostante la ritirata davanti a truppe ostili, il generale però non perde occasione di sferrare l’offensiva contro i nemici. E ieri, come un qualsiasi leone da tastiera, con un post su Facebook ha attaccato Il Giornale per l’articolo su quel filo rosso che lega i documenti secretati della prima inchiesta su Sempio, usciti dall’ufficio dell’ex pm Laura Barbaini, alla copia arrivata nelle mani di Garofano, allora entrato in modalità “silente” nel team dell’indagato, “segnalato”, secondo l’avvocato Massimo Lovati, dal legale dei Poggi, Gian Luigi Tizzoni. Anziché spiegare come mai sulla sua copia illecitamente ricevuta ci siano i post-it vergati a mano dalla toga che fece condannare Stasi, la stessa con cui i suoi Ris hanno collaborato, il biologo esperto ci attacca per esserci permessi di definire “pizzino” il manoscritto con cui la Barbaini certifica gli incontri con il capitano Alberto Marino nel suo ufficio nel novembre 2011, quando costruiva l’accusa per l’appello. Inoltre ci offre lezioni di alto giornalismo, spiegandoci che “titolare a caratteri cubitali di comunicazioni illecite «tra la pm e Garofano» per poi mostrare ai lettori il certificato di presenza di una terza persona è un cortocircuito logico e un’operazione mediatica che si commenta da sola”. Sorvolando, dunque, sulla calligrafia. E aggiunge: “Questo è il “giornalismo” di cui persone come Rita Cavallaro (e molte altre) fanno un uso tanto spregiudicato quanto illegittimo”. Sì, il giornalismo delle carte. A cui Garofano, dopo anni di reverenza della stampa e narrazione tossica, probabilmente non è abituato.