Il mostro di Foligno è ancora pericoloso o può tornare in libertà? È per rispondere a questo quesito che il Tribunale di Sorveglianza di Cagliari ha disposto una nuova perizia psichiatrica su Luigi Chiatti, 58 anni di cui gli ultimi 33 passati tra il carcere e la Rems, nonostante abbia ormai da tempo estinto la pena di tre decenni inflittagli per gli omicidi di Simone Allegretti, 4 anni, e di Lorenzo Paolucci, di 13, uccisi rispettivamente il 4 ottobre 1992 e il 7 agosto 1993 nelle campagne di Foligno.
Chiatti era stato inizialmente condannato all’ergastolo, ma una successiva perizia psichiatrica lo dichiarò seminfermo di mente, per questo in Appello la pena gli fu ridotta. Nonostante i disturbi della personalità acclarati, per i medici il mostro era capace di intendere e di volere, affetto da pedofilia con sadomasochismo sessuale e aveva architettato con lucidità i delitti, mosso dalle sue pulsioni. Gli esperti decretarono soprattutto la pericolosità sociale di un killer narcisista, che vive nell’esaltazione della propria identità.
Per questo Chiatti ha passato molti anni in custodia in una Rems: dal 2015 è stato trasferito nella struttura di Capoterra, in Sardegna. E quella misura è stata man mano prorogata dai giudici di Sorveglianza, sulla base delle relazioni interne della Rems e in linea con l’ultima valutazione psichiatrica, effettuata oltre dieci anni fa.
Ma nella prossima udienza, che si terrà alla fine di novembre, verrà formalizzato l’incarico per la rivalutazione dello stato mentale di Chiatti, al fine di determinare se il mostro di Foligno possa uccidere ancora. Il presidente della Sorveglianza di Cagliari, Maria Cristina Ornano, ha infatti spiegato come il riesame della pericolosità sociale sia un presupposto essenziale per una misura che deve essere “concreta e attuale”, sottolineando la “necessità di trovare un difficile punto di equilibrio tra la tutela della salute della persona sottoposta alla misura e l’interesse della collettività”. Anche perché Chiatti, nel corso del processo di secondo grado, ha pronunciato una confidenza inquietante, raccolta da un agente di polizia penitenziaria che depose al processo: “Uscirò tra 20 anni e farò altri omicidi con molta più attenzione”.
Da allora nulla è cambiato, perché lo stesso Chiatti ha più volte detto chiaramente, nel corso delle valutazioni: “Se dovessi uscire, ho paura di rifarlo”. E nessuno, ancora oggi, dimentica il terrore che il mostro di Foligno ha seminato nella cittadina umbra.
L’incubo del mostro è iniziato il 4 ottobre 1992, quando da Maceratola il piccolo Simone Allegretti sparì nel nulla, mentre giocava nel prato verde davanti a casa. Suo padre Franco, benzinaio, e sua madre Luciana, casalinga, lanciarono immediatamente l’allarme. Del bimbo nessuna traccia, ma dopo due giorni, in una cabina telefonica vicino alla stazione ferroviaria, spuntò un foglio a quadretti, con una calligrafia dai caratteri uniformi che poteva essere stata eseguita con un normografo. C’era un terribile messaggio: “Aiuto! Aiutatemi per favore. Il 4 ottobre ho commesso un omicidio. Sono pentito ora anche se non mi fermerò qui. Il corpo di Simone si trova vicino alla strada che collega Casale (fraz. di Foligno) e Scopoli. È nudo e non ha l’orologino con cinturino nero e quadrante bianco”. Firmato: “Il mostro”. L’aguzzino del piccolo aggiunse un post scriptum: “PS.: non cercate le impronte sul foglio, non sono stupido fino a questo punto. Ho usato dei guanti. Saluti, al prossimo omicidio”. Gli inquirenti si precipitarono sul luogo indicato nel biglietto e lì, in una sorta di discarica abusiva, trovarono il corpo martoriato di Simone. Il bambino era stato strangolato, colpito alla gola con un oggetto appuntito, aveva piccole perforazioni in varie parti del corpo. Non era stato stuprato, ma aveva subìto abusi sessuali.
L’ombra del mostro divenne una certezza, al punto che nel paesino arrivarono i superpoliziotti del Servizio Centrale operativo, capitanati da Achille Serra, l’investigatore che catturava i mafiosi. I detective elaborarono un identikit, basato sul modus operandi e sul biglietto lasciato alla cabina telefonica: il ricercato era un ragazzo giovane, che lavorava in campo grafico e che aveva una doppia personalità. Da un lato chiedeva di essere aiutato a mettere freno al vortice di orribili pulsioni sessuali che lo spingevano ad uccidere, dall’altro sfidava la polizia a prenderlo, convinto di essere più intelligente.
La caccia all’uomo, però, subì un duro colpo, quando il 13 ottobre al numero verde istituto come “telefono antimostro” per le segnalazioni, chiamò un mitomane: “Pronto, sono Stefano. Sono io quello che cercate”. Stefano Spilotros fece solo perdere tempo prezioso agli inquirenti. A confermarlo, il 22 ottobre, un nuovo messaggio del mostro, lasciato in una cabina telefonica vicino all’aeroporto di Foligno: “Aiuto! Non riesco a fermarmi. L’omicidio di Simone è stato un omicidio perfetto. Certo, è duro ammettere che sia così da parte delle forze dell’ordine, ma analizziamo i fatti. 1° Io sono ancora libero. 2° Avete in mano un ragazzo che non ha nulla a che fare con l’omicidio. 3° Non avete la mia voce registrata perché non ho effettuato nessuna chiamata, quindi chi dice che ho telefonato al numero verde sbaglia. 4° Le telecamere non mi hanno inquadrato durante il funerale di Simone, perché non ci sono andato. Vi consiglio di sbrigarvi, evitando altre figuracce. Non poltrite. Muovetevi. Credete che basti una divisa e una pistola per arrestarmi. Usate il cervello, se ne avete uno ancora buono e non atrofizzato dal mancato uso. N.B. Perché ho detto di sbrigarvi? Perché ho deciso di colpire di nuovo la prossima settimana. Volete saperne di più? Vi ho già detto troppo, ora tocca a voi evitare che succeda. Il mostro”.
La minaccia di Chiatti non si consumò la settimana successiva, ma il 7 agosto 1993, quando da Casale scomparve Lorenzo Paolucci. Il suo corpo martoriato fu ritrovato poche ore dopo, in una scarpata. Gli investigatori capirono che quella non era la scena del crimine, perché una scia di sangue partiva dal corpo e arrivava alla residenza estiva di Ermanno Chiatti, un medico di Foligno, che viveva con la moglie Giacoma e il figlio Luigi. Le attenzioni si concentrarono sul giovane, adottato da piccolo e molto educato. Dall’aspetto non sembrava certo un mostro, ma venne incastrato da un testimone, il quale lo aveva visto gettare un sacco nella spazzatura, in cui furono poi trovati i vestiti insanguinati di Lorenzo. Alla fine il geometra confessò: aveva rapito Simone e Lorenzo per tenerli con sé, ma entrambi i bambini non erano stati al suo gioco sessuale e il rifiuto aveva scatenato il mostro che era in lui.
Ora la domanda che si pongono i giudici di sorveglianza è se Chiatti sia ancora quel mostro o possa tornare in libertà.
