Leggi il settimanale
Aggiornato alle ore 10:25
Cronaca giudiziaria

Le analisi dei Ris sull’impronta 33. Sparita la prova contro Sempio

Nove anni dopo gli esami sull’intonaco, il colonnello Marino l’ha fatto eliminare dai reperti

Garlasco, così l’impronta 33 è stata attribuita a Sempio: i quattro controlli incrociati

Garlasco, il buco nero della giustizia. L’inchiesta sull’inchiesta per l’omicidio di Chiara Poggi delinea una storia inquietante, che parte dall’insabbiamento delle prove per incastrare Alberto Stasi e passa ora attraverso un nuovo giallo, quello della distruzione dei reperti, fino a culminare nelle presunte bugie ai pm pavesi. La Procura di Pavia ha messo nel mirino l’operato dei Ris di Luciano Garofano. E mentre sul generale allora a capo del Reparto di Parma sono in corso una serie di valutazioni, la posizione del suo fedelissimo, il tenente colonnello Alberto Marino (già consulente tecnico della Procura di Vigevano), si complica. Perché non solo, come emerge dagli atti e come rimarca Garofano, è stato lui il 20 settembre 2007 a elaborare e non allegare le due controanalisi negative al Dna di Chiara Poggi sui pedali della bici di Stasi, che annullavano l’unico dato positivo del giorno precedente. Ma dal fascicolo emerge un’altra circostanza anomala: sarebbe stata distrutta arbitrariamente nel 2016, prima ancora dell’autorizzazione del giudice del 2022, la provetta con l’eluito del grattato dell’impronta 33, uno degli indizi cardine del nuovo impianto accusatorio contro Andrea Sempio, quella palmare sul muro delle scale della cantina, proprio nel punto in cui fu abbandonato il corpo della vittima, che per gli inquirenti è compatibile per 15 minuzie con la mano destra di Sempio.

I magistrati guidati da Fabio Napoleone, nei primi mesi dell’inchiesta su colui che ritengono il presunto assassino di Chiara, hanno cercato senza esito la provetta «dattilo 33» che, da verbale del 10 settembre 2007, «si concorda con il consulente tecnico del pm, capitano Alberto Marino, di conservare quota parte dell’eluito per successive ed eventuali controanalisi», si legge. Insomma, quel reperto avrebbe dovuto essere conservato anche in visione di altre analisi da eseguire con nuove tecnologie. Eppure non c’è nessuna traccia della provetta con quella parte di intonaco che il Ris aveva asportato dal muro il 5 settembre 2007 e che i nuovi analisti avrebbero voluto sottoporre ai test per accertare se ci fosse sangue. I pm avevano chiesto lumi a Marino, che ascoltato a verbale il 9 giugno 2025, a domanda su dove si trovasse il reperto della 33 aveva risposto: «Ho analizzato tutto il grattato che stava nella provetta e quindi è andato interamente distrutto, essendo stato totalmente immerso nel tampone di lisi». Il 20 luglio 2025 il procuratore aggiunto Stefano Civardi deposita una memoria, in cui scrive che «l’intonaco grattato in corrispondenza dell’impronta 33 risulta allo stato interamente utilizzato, dopo essere stato pregiudicato dall’azione inibente della ninidrina, per indagini biologiche come riferito al pm il 9.06.2025 dal ten. Ccl. Alberto Marino, e che, del resto, la fialetta originariamente contenente il grattato non è stata rinvenuta il 17.6.2025 nei reperti provenienti dal Ris di Parma». Memoria alla quale segue un’istanza della difesa di Stasi del 28 agosto 2025, in cui l’avvocato Giada Bocellari sottolinea che «non è chiaro come il contenuto della provetta contenente l’intonaco grattato in corrispondenza dell’impronta 33 sia stato interamente utilizzato dal Ris, atteso che, non solo, si era concordato di conservare quota parte dell’eluito, ma l’esaurimento del campione non risulta nemmeno giustificato da ulteriori analisi».

La Procura decide così di delegare un’indagine interna all’attuale comandante del Ris di Parma, il colonnello Matteo Donghi, e quello che viene fuori è inquietante. «L’ordine di alienare gli eluditi fu emesso dal ten. col. Alberto Marino poco dopo l’assunzione del comando della Sezione Biologia avvenuta nel maggio 2016», scrive in una relazione di servizio del 3 novembre 2025 il comandante Donghi. Il fedelissimo di Garofano, insomma, avrebbe ordinato, senza redigere un verbale di distruzione, di togliere dal freezer le provette con gli eluiti e gettarle nei rifiuti speciali. Donghi, tre giorni dopo, scriverà che quelle provette erano «intermedi di lavorazione non assimilabili a reperti giudiziari». Ma resta il giallo, visto che Marino, colui che ha «occultato» dal fascicolo le due corse negative pro Stasi, sostiene che ciò che avrebbe esaurito (e smaltito) era l’estratto della 33, non l’eluito.