Il terremoto aveva distrutto case, edifici e interi paesi. La ricostruzione doveva rimetterli in piedi. Ma per qualcuno quei cantieri nelle Marche erano diventati un’occasione per fare affari, incassare denaro pubblico e aprire le porte alle organizzazioni mafiose. La ‘ndrangheta calabrese da una parte, il clan dei Casalesi dall’altra. In mezzo imprenditori, società intestate a prestanome e appalti milionari. Una rete di interessi partita dalle Marche, ma con collegamenti che arrivavano fino alla Campania e alla Calabria. Un sistema che dalle macerie del terremoto del 2016 sarebbe arrivato fino agli ospedali e alle università marchigiane. Il GIP di Ancona ha disposto otto misure di custodia cautelare in carcere e sequestri di beni per oltre 57 milioni di euro, nell’ambito di un’inchiesta della Direzione distrettuale antimafia che vede coinvolti 51 indagati. Un giro di contratti fasulli per la ricostruzione di edifici del valore di circa 200 milioni di euro che, secondo la Procura sarebbero stati acquisiti aggirando le regole per ottenere i finanziamenti pubblici.> Secondo le indagini preliminari al centro un imprenditore marchigiano che riusciva ad aggiudicarsi un numero enorme di lavori, pur non avendo abbastanza dipendenti per portarli avanti. E così affidava i cantieri ad altre società, alcune riconducibili a soggetti vicini alla criminalità organizzata. Bastava aprire un cantiere per ottenere un anticipo del 20% del valore dell’appalto. Il denaro arrivava e una parte dei lavori finiva nelle mani di imprese che non avrebbero neppure potuto partecipare alla ricostruzione. Tra queste anche società legate alla fazione dei Casalesi del boss Michele Zagaria e a un imprenditore con rapporti con ambienti della ‘ndrangheta calabrese. Quest’ultimo, stabilitosi a Sassoferrato, nell’Anconetano, alla fine degli anni Novanta, avrebbe inoltre alimentato un sistema di fatture false per circa otto milioni di euro, parte dei quali sarebbe finita a due esponenti delle cosche reggine. Un intreccio che avrebbe garantito profitti per circa 39 milioni alla società appaltatrice e altri 18 milioni alle imprese subappaltatrici. Ma gli affari non si fermavano alla ricostruzione. Seguendo il denaro, i finanzieri hanno scoperto anche un sistema di corruzione negli appalti pubblici per la sanità e gli studentati universitari. C’è pure la compravendita di un ex monastero danneggiato dal sisma, destinato a diventare una residenza per studenti, dietro una presunta tangente da 250mila euro. Complessivamente si tratta di 17 società e oltre cinquanta perquisizioni in tredici province italiane, dalle Marche fino a Roma, Napoli e Reggio Calabria. Le accuse vanno dalla truffa aggravata alla corruzione, fino ai reati fiscali e alle intestazioni fittizie.

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