Una rovina di mura e travi annerite dal fuoco nel paesaggio candido di neve delle Alpi di Berchtesgaden in Baviera. È quel che resta del Kehlsteinhaus, il «nido dell’aquila» di Adolf Hilter, bruciato nella notte del 23-24 ottobre. Un simbolo della storia della Germania, dei suoi anni più oscuri, è andato in fumo a causa del folle gesto di uno squilibrato. È questa la pista privilegiata dagli inquirenti: ad appiccare le fiamme è stato un 33enne tedesco con «prove concrete di possibile malattia mentale», secondo la Procura di Traunstein. Mentre sono state avviate le indagini su un eventuale movente politico, il sospetto piromane, di cui si presume una ridotta capacità di intendere e di volere, è agli arresti in attesa di ricovero coatto in una clinica psichiatrica per criminali malati di mente. Segni di squilibrio erano stati dati dal 33enne già al fermo da parte della polizia che, con i vigili del fuoco, si dirigeva a sirene spiegate verso il Kehlsteinhaus in fiamme. Dal «nido dell’aquila» proveniva una motocicletta a luci spente e senza targa che ha insospettito le forze dell’ordine. Gli agenti hanno arrestato la corsa della moto e, insospettiti dal conducente, lo hanno sottoposto a fermo. Dall’interrogatorio sono rapidamente emersi elementi che collegano l’incendio al 33enne, nato in Baviera con legami con la regione di Berchtesgaden e residente a Berlino. Mentre le indagini proseguono, l’unica certezza è che il Kehlsteinhaus è andato quasi completamente distrutto. Tuttavia, come dichiarato dal ministro dell’Interno della Baviera Joachim Hermann, l’edificio verrà ricostruito

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