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Cronaca internazionale

L’avvocata che ha corso 1000 maratone in 1000 giorni

Shannon-Leigh Litt, penalista neozelandese di 47 anni, ha chiuso a Whangārei la sua millesima ultramaratona consecutiva: 52.000 chilometri, il 30 per cento in più della circonferenza della Terra, senza saltare un giorno

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Nel cuore della notte, quando Whangārei dorme e le strade del Northland sono territorio di camionisti e distributori di giornali, una donna si allaccia per l’ennesima volta le scarpe. Lo ha fatto per mille giorni di fila, senza una sola eccezione, prima di indossare la toga. L’ultima è stata sabato 26 settembre, sul tracciato dell’Hatea Loop, nella città neozelandese dove vive: Shannon-Leigh Litt ha chiuso la sua millesima ultramaratona consecutiva.

Whangārei è il capoluogo del Northland, la lunga penisola subtropicale che si protende verso il Pacifico nell’estremo nord dell’Isola del Nord, a circa 160 chilometri da Auckland. Una città di circa sessantamila abitanti, affacciata su un porto naturale e circondata da colline verdi e spiagge, lontana dai grandi circuiti dello sport mondiale. È l’ultimo luogo in cui si penserebbe di scrivere un pezzo di storia dell’atletica, e forse proprio per questo ci è riuscita.

Litt 47 anni e fa l’avvocato penalista. Si era trasferita a Whangārei per lavorare come procuratrice della Corona, ma oggi esercita in proprio come difensore. Le corse lunghe le aveva scoperte a trentun anni e non le ha più mollate. Nel suo mestiere i testimoni sono tutto; in strada ha dovuto procurarseli da sé, e sono stati quelli che s’incontrano a quell’ora: autisti che salutano con il clacson, fattorini, qualche compagno di corsa. Correre per le vie di casa è sempre stato il suo piacere, e non di rado qualcuno si univa a lei lungo il percorso: “una compagnia preziosa - ha raccontato - per il morale”.

L’impresa è cominciata il 1° gennaio 2024. Da allora, almeno 51 chilometri ogni giorno, per due anni e nove mesi, con la sveglia nel cuore della notte e la giornata di lavoro subito dopo. Il conto finale è di circa 52.000 chilometri, il 30 per cento in più della circonferenza terrestre all’equatore, che ne misura poco più di 40.000. Il tutto attraverso nove Paesi, tra alluvioni e maltempo, consumando, per sua stessa stima, un centinaio di paia di scarpe.

Il perché è forse meno eroico di quanto si possa immaginare. Litt aveva in fissato in mente un traguardo modesto: battere il primato di Candice Burt, la statunitense che nel 2023 aveva corso duecento ultra in duecento giorni. L’obiettivo iniziale era duecentocinquanta; superato il record nel 2024, la corsa ha trovato un’altra misura, e un altro numero: mille. Oggi Guinness World Records la registra a mille giorni, dieci volte il primato maschile di cento, fissato dal gallese David Jackson.

Quando le hanno chiesto che cosa provasse, la risposta è stata di una franchezza disarmante: voleva soltanto che finisse, non dover più correre quei 51 chilometri ogni giorno. È forse la frase più vera di tutta la storia. Perché nella sua impresa non c’è nulla di spettacolare, nessuna vetta, nessun gesto atletico, solo la ripetizione ostinata di un impegno preso con sé stessi. Una fedeltà alla parola data che appartiene al mestiere di chi esercita la giustizia: la certezza che ciò che conta si costruisce un giorno alla volta, e che nessuno lo farà al posto nostro, se non ci pensiamo da soli.

In un tempo che misura tutto in scatti e in secondi, mille mattine uguali sono un piccolo atto di resistenza civile. E a 47 anni, Shannon-Leigh Litt ha mostrato che l’età è spesso soltanto uno stato mentale.

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