Quanta parte d’Italia ogni settimana si mette in fila nelle ricevitorie, con un sogno da sfregare in tasca ed un’ampia dose di sano realismo nell’altra? Poi c’è un Galles minuscolo, Talgarth, mille anime sotto le colline del Powys, dove un parrucchiere ha battuto un’aritmetica che sembrava inattaccabile. Richard Davies ha vinto un milione di sterline alla lotteria. Per due volte. Gli statistici parlano di una probabilità su 24 trilioni, un numero che non appartiene più alla cronaca ma alla cosmologia.
Il primo colpo arriva nel giugno del 2018. Richard è nel suo salone, ha una cliente con la tinta in posa e aspetta che il colore faccia il suo lavoro. Per ingannare l’attesa esce, va nel negozio accanto, compra un biglietto e poi lo controlla. Il locale è affollato, la notizia è confusa: ha vinto un premio, ma quale? Torna in salone, cerca online, e lì lo scopre: un milione. Telefona, gli spiegano le procedure. Ma squilla il timer della tintura, e lui, davanti alla svolta della vita, torna dalla cliente. «Mi ha tenuto coi piedi per terra», racconterà. Una scena clamorosa: il destino bussa, e un uomo risponde che prima deve sciacquare una testa.
Poi la seconda puntata, quella che nessuno sceneggiatore avrebbe mai osato anche soltanto immaginare. Richard non smette di giocare. Anzi, sposta i suoi tentativi sull’app, per non dover rispondere agli sguardi dei compaesani: ma come, ancora a tentare la sorte, tu che hai già vinto? Si tiene stretti i suoi numeri, convinto che portino bene. E il 26 novembre dell’anno scorso arriva il bis: cinque numeri più il bonus al Lotto, un altro milione. Sono le sei e mezza del mattino, lui è mezzo addormentato, sveglia la moglie Faye e le chiede di pizzicarlo. Lei, infermiera di salute mentale, non ha bisogno di diagnosi: è tutto vero.
A questo punto si potrebbe liquidare la faccenda come un monumentale colpo di fortuna, e lo è. Ma sarebbe una lettura pigra. Le cronache raccontano di una coppia che il primo milione non l’ha dissipato né esibito. Regalano un’ auto a chi ne ha bisogno, donano un minibus alla squadra di rugby del paese, aiutano amici e parenti. Richard ha lasciato le forbici dopo una vita, ma non ha lasciato il lavoro: oggi fa il corriere, sette giorni su sette, e usa il mestiere di sempre per tagliare i capelli ai senza fissa dimora in un rifugio di Cardiff. Faye è tornata all’università, ha preso una seconda laurea, ha aperto uno studio tutto suo e dice di non voler abbandonare i suoi pazienti. Il secondo milione, assicurano, se lo prenderanno con calma.
Decisioni che possono apparire surreali in un tempo che racconta la ricchezza improvvisa come una scorciatoia, e la scorciatoia come un diritto. Sui social sfilano i vincitori che mostrano orologi, auto, cieli di Dubai. Questa storia dice un’altra cosa, alquanto più scomoda: il denaro, quando arriva senza merito, mette a nudo il carattere di chi lo riceve. Può farne un monumento a sé stessi, oppure un’occasione per essere più utili. Davies ha scelto la seconda via, e non perché i moralisti glielo chiedano, ma perché pare non saper fare diversamente.
C’è poi la questione, per nulla secondaria, dell’ottimismo. Richard ha ammesso al Guardian di aver sempre sentito che avrebbe vinto una seconda volta. Gli scettici sorrideranno: la fede nel proprio numero fortunato è la superstizione più antica del mondo. Eppure è difficile non riconoscere, nel suo racconto, quella testardaggine mite che è la sola cosa gratuita di cui disponiamo. Il pensiero positivo non altera le probabilità, ci mancherebbe. Ma tiene aperta la porta, e senza porta aperta nemmeno l’improbabile entra.
Resta l’immagine di quel negozio da parrucchieri: il timer che suona, la cliente in attesa, il miliardesimo di miliardesimo di possibilità che attende in linea. Forse è questa la morale più laica che si possa trarre. La fortuna, quella vera, non cambia chi siamo: ci trova dove stiamo, con le mani in pasta, e ci chiede soltanto che cosa ne faremo. Richard, a quanto pare, ha già risposto. Prima si finisce il lavoro, poi si pensa al resto.
