Aveva detto di aver chiuso con quel testo ma le parole di Fëdor Dostoevskij sono più forti di qualsiasi cosa. Un richiamo? O una missione («Dostoevskij non scrisse mai per il teatro, era l’unico modo per portarlo in scena»)? Quel che è certo è che Gabriele Lavia torna in scena al Teatro Gerolamo oggi e domani con «Il sogno di un uomo ridicolo», in forma di reading. Il grande attore milanese visita le pagine dello scrittore russo sin dalla giovanissima età: la folgorazione risale a quando aveva diciotto anni.
Come avvenne questo innamoramento?
«Fu colpa, se si può dire così, di quei meravigliosi libri tascabili della Bur. Erano volumetti impaginati benissimo, senza copertine ruffiane curate dai designer. Erano tutta sostanza. Lessi i racconti di Dostoevskij e pensai che alcuni sarebbero stati perfetti per il teatro. Il sogno di un uomo ridicolo, su tutti. In carriera l’ho rappresentato più spesso dell’Amleto. Qualche volta ho detto che avrei chiuso, ma finisce sempre che io e quel testo ci riprendiamo».
In carriera ne ha interpretati molti.
«I racconti di Dostoevskij sono capolavori ai quali non si può restare indifferenti. Nella mia vita di teatrante ho adattato e rappresentato alcuni di essi: da Una donna mite a Memorie dal sottosuolo a L’eterno marito. Sono sempre una faticaccia, ma ne vale assolutamente la pena».
Perché Dostoevskij non scrisse mai per il teatro?
«La storia fa sorridere. Il grande Fëdor avrebbe potuto benissimo scrivere per il palcoscenico, ma il suo problema erano le donne. Lui ebbe sempre un grande successo sentimentale, ma quando si legò a un’attrice di teatro non troppo brava, le sue eventuali aspirazioni di scrivere qualche piéce cessarono. Lei insisteva per aver un testo scritto su misura per lei, lui voleva evitare figuracce e si rifugiò nel rifiuto».
In cosa il protagonista del Sogno è un uomo ridicolo?
«È la storia di un uomo solo e apatico che intende togliersi la vita. Ha appena rifiutato di aiutare una bimba in difficoltà. Va a casa e fa un sogno futuristico che lo trasforma: su un lontano pianeta tutti sono puri e buoni, vivono secondo il principio cristiano che dice di amare il prossimo tuo come te stesso. Lui però inocula in essi il virus della malizia e della menzogna, trasformandoli negli uomini come li conosciamo noi. Il senso di colpa è grande. Si sveglia e vuole cambiare tutto di sé: è ridicolo perché prima odia tutti, e quando capisce che l’unica salvezza per l’uomo è l’amore, finisce per amare tutti. Ma questo, per un uomo, è impossibile».
