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Cronache

Arrestato a Trento l’hacker di Marc Jacobs: avrebbe ideato la truffa dei pc che producono bitcoin

Gabriele Edmondo Pegoraro coinvolto in Equalize è finito ai domiciliari nell’ambito di un’inchiesta di Trento su criptovalute e Ai. Avrebbe finto di essere il vincitore del premio Turing per l’informatica

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Il suo nome compare decine di volte nell’inchiesta milanese Equalize sui presunti spionaggi illegali per cui la procura chiede il rinvio a giudizio. Presunto pirata informatico, per conto di Giacomo Tortu, fratello del velocista Filippo, avrebbe hackerato i telefoni del doppio oro olimpico Marc Jacobs per captare “informazioni” dalle chat su un fantomatico “utilizzo di sostanze dopanti”. Gabriele Edmondo Pegoraro, per cui il pm di Milano aveva chiesto (ma non ottenuto) l’arresto, è infine finito ai domiciliari in un’inchiesta della Gdf di Trento su una presunta truffa dei computer, venduti a peso d’oro, che creano bitcoin. Truffa per cui è stato disposto il sequestro preventivo di beni per un valore stimato di oltre 877.000 euro.

L’ideatore sarebbe stato proprio lui: per convincere le vittime avrebbe anche finto di essere il vincitore del premio Turing per l’informatica. Il meccanismo della truffa - gli investitori erano stati coinvolti nel progetto “Hashburst”- era semplice: si pagavano somme anche ingenti, si parla di 30 mila euro, per comprare dei computer che producevano bitcoin. Un meccanismo lecito chiamato “Mining”. Ma i computer in questione altro non erano che normalissimi device. Anche le applicazioni e i siti che i risparmiatori avrebbero dovuto utilizzare per controllare i profitti erano fittizi. Quando i clienti poi non ricevevano i guadagni promessi, gli indagati trasferivano piccole somme di denaro sui conti degli stessi, comunicando che il corrispettivo mancante sarebbe stato erogato dopo la risoluzione di problemi di natura tecnica. I clienti truffati sarebbero stati circa 200.

Secondo l’inchiesta, gli indagati - cinque le misure cautelari - avrebbero organizzato convegni in hotel di lusso in Trentino, che venivano sponsorizzati sui social network, durante i quali si presentavano come sedicenti esperti di un progetto innovativo nel mercato delle criptovalute. Quando i clienti poi non ricevevano i guadagni promessi, gli indagati trasferivano piccole somme di denaro sui conti degli stessi, comunicando che il corrispettivo mancante sarebbe stato erogato dopo la risoluzione di problemi di natura tecnica. Il gruppo si basava su un solido circuito internazionale che ostacolava la tracciabilità dei fondi. Le entrate derivanti dalla vendita dei pc, infatti, confluivano su conti correnti esteri e venivano fatturate da due società con sede in Inghilterra, entrambe riconducibili ai sodali.

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