La Cina svaluta ancora, le Borse salgono

Dopo il crollo di mercoledì i mercati rimbalzano (+1,5% Milano). La Bce alza la guardia: «Pronti ad ampliare il Qe»

Il tre è il numero perfetto, ma è improbabile che la Cina deponga l'arma del cambio dopo aver deciso ieri la terza svalutazione consecutiva dello yuan, un altro 1% nei confronti del dollaro. Se le prime due mosse di Pechino avevano avuto l'effetto di uno choc sui mercati, dove si temeva lo scatenamento di un armageddon valutario, l'ultima è stata invece accolta senza fare una piega. Anzi. Annichilita soltanto 24 ore prima dalla polverizzazione di 227 miliardi di capitalizzazione, l'Europa ha rialzato la testa con rimbalzi più o meno convinti (Milano, la migliore, ha guadagnato l'1,56%), in un movimento al rialzo che si è fatto un po' meno deciso solo sul finale di seduta. Forse anche per le prese di profitto di chi, già mercoledì scorso, aveva acquistato nel pieno della tempesta nella convinzione che ci sarebbe stato un colpo di reni. La speculazione, del resto, non dorme mai.

Un recupero, seppur parziale, era d'altra parte prevedibile proprio per correggere quella che a molti osservatori era parsa una reazione esagerata da parte dei listini. Anche se la Bce, nei verbali del consiglio di luglio, esprimeva già una certa preoccupazione per gli sviluppi finanziari cinesi. «Potrebbero avere un impatto negativo maggiore del previsto, dato il suo ruolo importante nel commercio globale», sostiene l'Eurotower. Che teme inoltre l'incrocio pericoloso con un eventuale rialzo dei tassi Usa. Al punto, anche alla luce di una crescita «deludente» nell'eurozona e di un'inflazione «insolitamente bassa», da mettere in conto la possibilità di prolungare o intensificare il piano di quantitative easing.

Ma cosa ha riavviato ieri in Borsa il motore degli acquisti? Il merito è anche delle parole dei solitamente poco loquaci vertici della People's Bank of China (Pboc): il tasso di cambio è ora più coerente con i fondamentali e non serve una svalutazione competitiva, hanno detto, dicendosi pronti ad intervenire in caso di «distorsioni eccessive». Già dalla serata di mercoledì, peraltro, erano stati segnalati interventi della Pboc sul mercato per impedire un esagerato deprezzamento dello yuan. La convinzione delle autorità monetarie del Dragone è quella di poter governare le fluttuazioni con la forza dei 3.700 miliardi di dollari di riserve in valuta, le più alte a livello mondiale; movimenti considerati temporanei, un dazio da pagare a un periodo di “rodaggio“. Ma Pechino sa di dover maneggiare con cautela il cambio: è vero che uno yuan più debole agevola l'export, anche se il deprezzamento deve essere ben più robusto rispetto al 3,5% deciso finora (la Pboc ha definito «assurda» l'idea che l'obiettivo sia una svalutazione del 10%, ma sono verosimili ulteriori interventi); il rovescio della medaglia è però che una moneta meno forte incoraggia le fughe di capitali, rende più costose le importazioni e fa lievitare il peso del debito in dollari delle aziende cinesi.

Nel muoversi sullo stretto crinale tra l'adeguamento alle forze di mercato e il pilotaggio dello yuan a un livello che tonifichi l'export, Pechino sta probabilmente giocando anche un'altra partita: quella di rafforzare le chance della moneta cinese di entrare nel club delle grandi valute internazionali ed essere così inclusa nei Diritti speciali di prelievo, l'unità di misura del Fondo monetario internazionale. All'inizio di agosto l'organismo guidato da Christine Lagarde aveva di fatto respinto la richiesta cinese d'inserimento dello yuan tra le riserve del Fondo, invitando Pechino a rendere più «liberamente utilizzabile» la sua valuta.

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