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Europa

La riscossa italiana sull’Europa

Il governo ha varato il Documento programmatico di finanza pubblica con quello che serve: uno scostamento di bilancio dello 0,3 per cento del Pil per la difesa e dello 0,3 per l’energia, nel 2027 e nel 2028

Il ministro dell’Economia Giancarlo Giorgetti durante la conferenza stampa dopo il Consiglio dei Ministri tenutosi a Palazzo Chigi a Roma, Venerdì 20 Ottobre 2026 (foto Mauro Scrobogna / LaPresse) MInister of economy Giancarlo Giorgetti during the press conference after the Council of Ministers held at Palazzo Chigi in Rome, Wednesday October 02 2026 (foto Mauro Scrobogna / LaPresse)

Che cosa deve fare un governo quando l’energia costa un occhio, l’inflazione si mangia gli stipendi e il mondo intorno è in subbuglio? Chiedere il permesso a Bruxelles con il cappello in mano? Il governo ha varato il Documento programmatico di finanza pubblica con quello che serve: uno scostamento di bilancio dello 0,3 per cento del Pil per la difesa e dello 0,3 per l’energia, nel 2027 e nel 2028. Circa quattordici miliardi l’anno. Giancarlo Giorgetti, ragioniere con la testa sulle spalle, ha ammesso che «fare previsioni diventa sempre più complicato». Traduzione: i tempi non sono normali.

Bruxelles non ha neppure aspettato la lettera di Giorgia Meloni, firmata insieme al premier ceco. La portavoce della Commissione ha messo le mani avanti con l’arroganza dei burocrati incravattati: «Abbiamo già dato più flessibilità agli Stati membri». Abbiamo già dato. Bella questa. Come se la flessibilità fosse una mancia e noi i camerieri. Eppure la richiesta di Roma è di un’evidenza palmare: l’inflazione da caro energia è molto più alta di quella messa in conto a Bruxelles, e va riconosciuta come fattore esterno. Non l’abbiamo inventata noi. E pesa, ha detto Giorgetti, «non per noi, per tutti».

Il guaio è che chi ha già dato siamo noi. Ricordate la Grecia, un popolo messo alla tortura per salvare le banche francesi e tedesche? Il conto lo pagammo tutti, Italia compresa.

Doppio standard

E il doppio standard? Da una parte l’Italia impiccata al suo debito, con lo spread usato come una frusta. Dall’altra la Germania, che per anni ha accumulato avanzi con l’estero oltre la soglia

del 6 per cento del Pil fissata dalle stesse regole europee, squilibrando l’intero continente. Nessuno le ha mai spedito letterine. Comandava l’asse renano, e tanto bastava.

Questo tempo è finito, quella gerarchia non c’è più. Il governo va avanti e decide quello che deve decidere. Non per sbattere la porta in faccia all’Europa, ma per ricordarle che non può disporre del destino dei popoli fregandosene dello stato di vita dei popoli. Il caro bollette e i giovani che non arrivano a fine mese non sono capricci italiani.

Lo dico senza piaggeria: in questo momento storico Giorgia Meloni è l’unico leader di un grande Paese europeo che regga il dialogo con tutto il mondo. Lo è in Italia, lo è fuori. Alla Camera, a scrutinio segreto, dove a luglio la maggioranza era finita sotto per un voto, la legge elettorale ha superato il primo scoglio con sette voti più del previsto. Perfino i vannacciani, che la contestano, hanno votato con la maggioranza. L’8 ottobre il voto finale. È il ritorno della possibilità di un governo stabile. Modestamente, era più o meno quello che voleva Renzi, il quale però pasticciò su sé stesso e su un Senato che sembrava un dopolavoro ferroviario per amministratori locali in gita a Roma. Doveva essere più chiaro, meno arrogante. L’ha pagata.

Periferia impotente

Vedrete: la strada che Roma ha aperto con Praga la percorreranno presto Francia, Spagna e Grecia. Alla faccia dei famosi frugali, olandesi in testa, che ci fanno la predica e intanto campano, come Irlanda e Lussemburgo, attirando con il fisco amico le sedi delle imprese altrui. Exor, Stellantis, Ferrari: tutte con il passaporto olandese. Frugali con i soldi degli altri. E la destra che cresce in Europa lavora per noi.

E Bruxelles? Con Roma alza il ditino, con Washington abbassa le riserve. Quelle strategiche: Trump minacciava di chiudere il rubinetto del gasolio americano, il G7 ha aperto i depositi, fino a cento milioni di barili, con la von der Leyen ad applaudire e lui a vantarsene su Truth. La Meloni invece non ha fatto inchini a nessuno. Eppure venerdì lo stesso Trump, interrogato sui dispetti dei mesi scorsi, se li è rimangiati: il rapporto con lei «è molto buono», «mi è sempre piaciuta». Trump fa le giravolte, Giorgia no. La sua capacità attrattiva non si fonda sui salamelecchi, ma sulla consapevolezza della solidità di un consenso che non è voto di opinione ma di convinzione. Dunque non è evanescente, non è una bolla speculativa: è sostanza.

Questa Europa deve smetterla di essere ridicola. È una periferia impotente che pensa soprattutto a chi ci lavora dentro, e non può continuare a fare la plancia di comando che obbedisce a ideologie europeiste astratte. Basta, basta così. L’Europa è la periferia del mondo, d’accordo. Ma l’Italia non può più tollerare di essere la periferia della periferia.

Per questo sono contento di questa riscossa italiana. Che non è la riscossa di un paesello contro un altro paese. È una ripresa di dignità. Molto semplice, molto pulita.

Intendiamoci, l’Italia non è il paradiso terrestre. I treni arrivano quando credono, e quanto a burocrati incravattati non abbiamo niente da imparare da Bruxelles. Ma mi guardo intorno, da Parigi a Berlino passando per l’Aia, e scopro con una certa sorpresa che non invidio nessuno. Alla mia età è una sensazione rara. Me la godo finché dura.

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