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Europa

Ora difendersi, non sfilare nelle piazze

Un tempo i terroristi dirottavano di persona, con la pistola in mano. Oggi i criminali lo fanno da una tastiera, senza rischiare la pelle. Lo scopo è lo stesso, spostare la gente e spaventarla

(SIMBOLICA) epa10690954 Blood bags are stored in a refrigerator of a private blood bank in Caracas, Venezuela, 13 June 2023 (issued 14 June 2023). Only one percent of people donate blood voluntarily in Venezuela, according to medical estimates. But in spite of this shortage of blood donations, gay men are restricted from donating blood in many medical facilities across the country even though they are not prohibited from being blood donors by law. World Blood Donor Day is observed every year on 14 June. EPA/MIGUEL GUTIERREZ

Due notizie di questa settimana mi hanno colpito come poche. La prima è la raffica di hacker e di allarmi bomba. Aerei dirottati, caccia che scortano i Ryanair su Fiumicino: brutto, ma niente di nuovo sotto il sole. Un tempo i terroristi dirottavano di persona, con la pistola in mano. Oggi i criminali lo fanno da una tastiera, senza rischiare la pelle. Lo scopo è lo stesso, spostare la gente e spaventarla.

Poi hanno manomesso i frigoriferi dei supermercati di mezza Europa, Italia compresa, e tonnellate di cibo sono finite nella spazzatura. Fa effetto, certo. Ma quanta roba buttiamo ogni giorno dai nostri frigoriferi senza bisogno dei russi? Da noi il cibo abbonda, anche se c’è chi fa la fame e lo spreco dispiace. Fin qui, cose che ci riguardavano ma restavano esterne a noi: si può più o meno sopportare.

La cosa che mi ha sconvolto è un’altra. Nella notte tra il primo e il 2 novembre gli hacker si sono infilati nei sistemi che governano le celle frigorifere dell’istituto francese del sangue, in tre sedi. Lì dentro, a trenta gradi sotto zero, stanno le sacche di plasma per le trasfusioni. I maledetti hanno ordinato alle macchine di salire a centodieci gradi. Far bollire il sangue! Gli allarmi hanno funzionato, per un soffio. A me il sangue prima è ribollito e poi si è agghiacciato. Qui non hanno colpito un ministero, una banca, un aeroporto. Gli interessi del sistema ci riguardano, ovvio, ma rimbalzano sopra di noi. È un attacco al punto segreto in cui scatta l’umano in ciascuno, dove il bene e il male si dividono con chiarezza. E questi ridono della nostra pietà verso chi è debole, si accaniscono contro i malati, contro chi in sala operatoria ha bisogno di una sacca e trova loro a negargliela. È la vigliaccheria più grande che si possa immaginare. Mi ha ferito nella persona dei miei cari, perché ha toccato ciascuno nella sua intimità, dove siamo tutti uguali e tutti fragili.

Quale risposta? Io l’ho intravista in un uomo che semplicemente fa il suo dovere, trovando le energie per non darsi malato, alzandosi in piedi, recandosi dove il suo mestiere chiama. Il Papa, tre settimane dopo che al Gemelli gli hanno portato via un pezzo di polmone, è salito su un aereo per l’America Latina, dove lo aspettano dodici giorni di folle, di poveri, di strette di mano, di polvere sollevata dai contadini delle Ande e delle pampas. Le sue prime parole sono andate ai sofferenti, «un senso di impegno nel voler continuare ad essere vicino a chi è malato». A chi ha il cancro ha raccomandato di «non avere paura». Il primo comandamento è la cura delle persone, e lo ha detto facendolo, su sé stesso e sugli altri. Poi ha aggiunto, lui primo Papa nella storia a spedire una scheda elettorale: «Sono fiero di essere americano e sono fiero di avere esercitato un diritto». Il dovere semplice di un cittadino e di un uomo. Il Papa ha risposto facendo il Papa. Il suo compito è più importante di quello di un pensionato, di una casalinga, di un impiegato delle poste o di uno studentello, ma è un dovere come il loro. La risposta alla disumanità è l’umanità. Questa semplicità mi rimette in piedi. Dobbiamo ritrovare il coraggio non soltanto di esistere e di sopravvivere, ma di vivere. So bene che detto da un vecchio fa un po’ pena. Amen. Conta il coraggio del dovere di ogni giorno, ripreso con forza.

So anche qual è la risposta sbagliata, la sento nei proclami dell’opposizione e dei sindacati. Nel 2001, quando l’America rispose a Bin Laden, titolai su Libero a tutta pagina: «Il mondo in guerra, l’Italia in piazza». La guerra poi andò malissimo, noi occidentali siamo specialisti nel perderle, ma quel titolo vale ancora. Il rischio è delegare la risposta ad altri, scendere in piazza, rifugiarsi nell’indignazione contro questo o quello, cercare il nemico litigando se siano stati i russi o quelli che vogliono mettere in cattiva luce i russi, i maschilisti o le femministe. Balle. La Cgil ha già fissato lo sciopero generale per il 20 novembre, anche contro il riarmo. Mentre qualcuno tenta di far bollire il sangue dei malati, la loro risposta è incrociare le braccia. Non serve a niente, è l’illusione. Il Papa, con un polmone in meno, ci ha indicato l’altra strada. La politica faccia il suo! Difendere, non sfilare. Far correre il sangue nelle vene, chi può, per raddrizzare la baracca, tirare su il muro diritto. Quello è sangue che nessun hacker può far bollire.

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