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Guerra

Trump pronto a colpire ancora l’Iran, ma la Casa Bianca si spacca: chi vuole la guerra e chi spinge per l’accordo

Dopo la sconfitta alle midterm, il presidente valuta tre scenari. Netanyahu preme per nuovi raid, il Qatar tenta la mediazione e gli Usa inviano rinforzi militari in Medio Oriente

Donald Trump si trova di fronte a una decisione cruciale, destinata a segnare il resto del suo mandato presidenziale. Porre fine alla guerra con l’Iran o riaccenderla? «Ora prenderemo una scelta», ha dichiarato il presidente ai giornalisti. «Preferirei non distruggere il resto del Paese, se possibile, ma forse sarò costretto a farlo. Lo saprete molto presto». E’ una determinazione complessa e tormentata per Trump, con i consiglieri e gli alleati stranieri del presidente che si sono affrettati a cercare di influenzare la sua opinione. Ma un dato è certo. Gli elettori hanno bocciato nettamente la guerra alle urne. E anche il vicepresidente JD Vance ha messo in dubbio, sui social media, se il conflitto valesse davvero la pena. Secondo funzionari statunitensi, prima di pubblicare quel messaggio, Vance aveva comunicato al presidente la sua intenzione di attribuire la sconfitta elettorale proprio alla guerra. Ma c’è pure un altro fronte all’interno dell’amministrazione. Quello del segretario alla Difesa Pete Hegseth e del capo del Comando centrale degli Stati Uniti, l’ammiraglio Brad Cooper, che si è espresso a favore di un ritorno a operazioni di combattimento su larga scala. Obiettivo? Costringere l’Iran ad abbandonare il proprio programma nucleare. Ciò consentirebbe al presidente di affermare che il sacrificio è valso il costo sostenuto. Ancora differente la posizione dei segretari di Stato Marco Rubio e del Tesoro Scott Bessent che spingono invece per un inasprimento delle sanzioni e per proseguire il blocco. Lo riporta il Wall Street Journal citando alcune fonti, secondo le quali le tensioni fra le varie posizioni all’interno dell’amministrazione si sono intensificate proprio dopo le elezioni di metà mandato.

Netanyahu spinge per la guerra, il Qatar cerca un accordo

Nel frattempo, il primo ministro israeliano Benjamin Netanyahu continua a spingere per nuovi attacchi. Gli alleati nel Golfo si mostrano invece più scettici. Ieri, funzionari del Qatar hanno dichiarato di aver avviato un ultimo tentativo per scongiurare una nuova operazione americana, con l’obiettivo di riaprire lo Stretto di Hormuz e rimuovere il blocco statunitense. “I nostri mediatori sono al lavoro proprio in questo momento per evitare un’ulteriore ondata di escalation nella regione”, ha dichiarato il primo ministro del Qatar, lo sceicco Mohammed bin Abdulrahman al-Thani, durante un evento a Oxford, in Inghilterra. Sono emersi segnali che indicano come entrambe le parti stiano cercando una via d’uscita. Secondo quanto riferito dagli stessi funzionari, nei prossimi giorni – forse già da oggi – i rappresentanti iraniani torneranno a Doha, in Qatar, per discutere del possibile accordo. L’accordo in esame, secondo il Wsj, ridurrebbe i tempi dei colloqui preliminari da 60 giorni, la durata prevista dal memorandum d’intesa di giugno, a soli due giorni, per passare quasi immediatamente ai negoziati sul nucleare. Una delle fonti ha osservato che ciò offrirebbe a Trump una soluzione dignitosa per iniziare a porre fine al conflitto. Non è chiaro, tuttavia, se Teheran accetterebbe un simile accordo.

La portaerei Roosevelt e i rinforzi americani in Medio Oriente

Ma se dovesse riprendere la guerra, secondo più parti, il momento ideale si presenterà verso la fine del mese, quando in Medio Oriente arriveranno ulteriori equipaggiamenti. La portaerei USS Theodore Roosevelt, dotata di decine di aerei da combattimento, è in rotta verso la regione provenendo dal Pacifico. La nave farà scalo a Singapore e non è previsto il suo arrivo in Medio Oriente prima di almeno altre due settimane. Nel frattempo, entro la fine del mese, un’ulteriore unità di spedizione dei Marine dovrebbe unirsi alla flotta, composta da circa 20 altre navi, già operativa nell’area. Ma il rinforzo è già partito da tempo. Gli Stati Uniti hanno trasferito un sistema di difesa aerea Patriot in Israele, hanno spostato il personale lontano dalle basi ritenute vulnerabili e hanno inviato nella regione ulteriori navi, munizioni e truppe. “Credo che, in questo momento, il presidente abbia in mano le carte vincenti, una situazione che sposta sulla Repubblica Islamica l’onere di decidere se intensificare il conflitto o avviare un negoziato”, ha affermato Behnam Ben Taleblu, ricercatore del think tank Foundation for Defense of Democracies al Wsj. “I potenziali vantaggi di un conflitto impallidiscono di fronte ai costi, sia economici che politici, che un tale scontro comporterebbe”. Ma tutte le opzioni sono ancora sul tavolo: accordo, guerra, o mantenimento dello status quo. Bisogna fare i conti con un’analisi accurata dei costi e dei benefici nei tre scenari.

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