Tre indizi fanno una prova. In Italia, se conducono all’islamismo radicale, ne servono trecento per alzare un sopracciglio nei salotti progressisti. Il resto è «disagio». Con champagne.
Youssef Siher: i rapporti con l’area dei Giovani Palestinesi Italiani, le reti studentesche musulmane, gli eventi della comunità islamica lombarda, Alba Nascente segnalata all’intelligence. Legami da verificare, certo. Ma il ritratto del ragazzino che spacca vetrine per chiedere un abbraccio comincia a somigliare a una barzelletta.
Per mesi Mohammad Hannoun è stato «la fissazione di Cerno e del Giornale». Poi l’arresto nell’inchiesta sui finanziamenti a Hamas. Un’accusa, non una condanna. Ma a chi ci dava dei visionari resta una domanda: perché non volevate guardare? La questione politica è questa: chi cavalca una rivolta confezionata sui social e spacciata per spontanea?
Gli investigatori cercano possibili incroci tra islamismo radicale e antagonismo violento. La sinistra cerchi le risposte invece di distribuire assoluzioni sociologiche. E la borghesia col cuore a sinistra e il portafoglio a destra? Discende da certi salotti dove, raccontò Montanelli, si brindò quando gli spararono. Oggi non rischia nulla: applaude la rivolta dal divano.
Tre indizi non fanno una sentenza. Ma fingere di non vederli è prova di malafede. Nel migliore dei casi per stupidità. Nel peggiore perché complici.
