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Consiglio per rieducare i casseur

Magari ci fosse un Sanpa per l’ormai noto casseur 11enne. Descritto dai suoi compagni come un bambino cattivo ma simpatico, nel quartiere dove abita è ben conosciuto perché di notte, quando gli altri bambini sono sotto al piumino, vaga per le strade come un cucciolo randagio

Scontri tra manifestanti a Manifestazione contro il caro vita a Milano sabato 17 ottobre 2026. (foto by Stefano Porta/LaPresse) clashes between protesters at Demonstration against the high cost of living in Milan saturday 17 october 2026 (Photo by Stefano Porta/LaPresse)

«Nessuno è perduto per sempre». Ha detto Meloni a San Patrignano. E dove, se non proprio lì, in quella sorta di collettività umanamente autarchica, dove attraverso un doloroso percorso che non prevede sconti né garanzie, i rottami si riaggiustano, passo dopo passo, fino a tornare liberi. Magari ci fosse un Sanpa per l’ormai noto casseur 11enne. Descritto dai suoi compagni come un bambino cattivo ma simpatico, nel quartiere dove abita è ben conosciuto perché di notte, quando gli altri bambini sono sotto al piumino, vaga per le strade come un cucciolo randagio. La scuola ha predisposto un programma su misura con insegnanti che gli fanno lezioni private, e i servizi sociali sono stati allertati. Insomma, che il bambino con gli occhi cangianti fosse una «grana» era cosa nota. Non per i genitori intervistati a casa sullo sfondo di una carta da parati a disegni giungla e una Tv con la presa staccata. Il papà indossa una maglietta del Napoli, mentre la mamma ha in testa un hoyout ricamato di perline. Parla lui, perché lei non sa l’italiano, ma entrambi difendono il figlio: «Le cinture non le ha rubate ma gliel’hanno appese addosso, lui quel giorno era in giro con la mamma e si è perso e si è ritrovato dentro qualcosa più grande di lui». I soliti giustificatori dell’indifendibile, eppure in quella scena c’è qualcosa che tormenta: quella donna. Una mamma disperata e muta. Vorrebbe parlare, ci prova ma il marito la reprime perché «parla lui». E allora lei mima, asserisce muovendo la testa in su e in giù con le perline che tintinnano, spalanca l’armadio e lo svuota per mostrare che non ci sono cinture. È solo una delle tante donne che ogni giorno, per strada, ci sfiorano impercettibili e silenziose. Non parlano, vittime di una cultura che le vuole invisibili. Ma «nessuno è perduto per sempre» e, se lo vorranno, c’è ancora tempo per salvarsi. E per salvare i propri figli.

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