Una settimana fa, scrivendo di Umberto Bossi, ho ricordato come il Senatùr sistemò un lungo e colto discorso di Ciriaco De Mita con tre parole: «Tàches al tram». Attaccati al tram. È il massimo della liquidazione di un avversario politico, in napoletano suonerebbe come «salutame a soreta». Mi sono fatto una risata. Adesso devo dire che sono stato ingiusto. Non con Bossi: con De Mita. Perché anche lui è stato un gigante della politica, e in questa serie di ritratti, se non fosse stato grande, non ci sarebbe.
Ciriaco era figlio del sarto di Nusco, provincia di Avellino. Era colto per davvero: aveva studiato all’Università Cattolica, ospite dell’Augustinianum, come il fratello Enrico, più giovane di lui, che a 94 anni vive ancora a Nusco, divenne professore di diritto tributario in quella stessa università e non ha mai mancato di farmi avere un ringraziamento per le cose che scrivevo di Ciriaco. In televisione De Mita appariva imbalsamato. Dal vero mi è sempre sembrato vivo, e pure simpatico, il che per un democristiano era una rarità.
Lo incontrai nel 1978, poco dopo l’assassinio di Moro. Il Corriere mi mandò a un convegno della Dc sul Lago Maggiore e io riportai il suo discorso, concetti compresi, nonostante il linguaggio fumoso. Il giorno dopo, uscito il pezzo, mi telefonò per complimentarsi. Restai attonito: avevo capito io o aveva capito lui? Di lì a poco il giornale mi incaricò di seguire i leader in campagna elettorale, e De Mita fu lieto di avermi al seguito. A Pavia, dopo un comizio in piazza della Vittoria, gli chiesi a bruciapelo: scusi, onorevole, ma perché lei è così antipatico? Non si offese. «Forse perché penso prima di parlare e faccio quel che ho detto. Rido poco? È un rimprovero che mi muove anche mia figlia. Ma io di ameno in giro non vedo granché».
Rideva invece a carte. Dopo i comizi di Milano e Pavia mi invitò sul jet della Parmalat, messogli a disposizione dall’amico Calisto Tanzi. A bordo eravamo in cinque. Di fronte al segretario della Dc sedeva il prefetto Elveno Pastorelli, capo operativo della Protezione civile. Appena allacciate le cinture, Ciriaco si strofinò le mani: «Dài, attacca». Comparve un mazzo di carte napoletane e parve di stare al bar Sport di Nusco. «Sei debole in aritmetica». «Allora bisogna che ti dia del cretino». «Buffone!». «Piantala!». Solo l’atterraggio pose fine all’infuocato tressette. Raccontai tutto nel pezzo, e lui ne fu molto divertito.
A Ferragosto del 1987 andai a trovarlo a Nusco. Era il tempo della staffetta, della lite con Craxi per la guida del governo. Il paese era stato ricostruito dopo il terremoto del 1980 e pareva un angolo di Svizzera: centro sportivo, strade come biliardi. Lo avevano massacrato per i soldi dell’Irpinia, e io scrissi che avevo trovato Nusco risanata in modo impeccabile, segno che quei soldi erano stati spesi e non dispersi. Credo che se la fissò in testa. Fuori dal cancello della villa la gente faceva la coda come agli sportelli della mutua, con capponi e uova fresche sotto il braccio. Mi misi in fila anch’io, a mani vuote. Non la residenza di un padrino, ma di un principe senz’altro. Dentro, stappò una Falanghina fredda e cominciò a raccontare barzellette politiche, la più spassosa su sé stesso e Craxi, e rideva a crepapelle. Il giorno dopo erano il titolo d’apertura del Corriere.
Parlava complicato, è vero, ma alla sua gente comunicava uno spirito. A me no. Quando parlava di politica restavo dell’idea di Bossi. Ha tenuto insieme la Democrazia cristiana per anni senza capire cosa stava accadendo, anzi capendolo, ma senza trovare il colpo di reni per entrare nel nuovo. Ricordo una cena a casa sua, dopo un convegno ad Avellino con Paolo Mieli: la moglie Anna Maria che cucinava in modo stupefacente, i figli, e in un angolo del salone una statua di san Ciriaco alta due metri e mezzo. Io sostenevo che la Dc fosse finita. Lui si incazzava. Litigammo, ma eravamo diventati amici. Nei giorni di Mani pulite andai a trovare Cirino Pomicino al ministero del Bilancio e gli dissi: «Come fate a non vedere che state morendo? Vi stanno massacrando». Ed egli rideva. Se n’è andato anche lui, lo scorso marzo; poco prima aveva confidato a Cazzullo di dire ogni giorno il rosario intero, centocinquanta avemarie. I democristiani si credevano invincibili. Le cose andarono come avevo previsto. Però le sue battaglie con Craxi e con Andreotti erano un bel vedere, non teatrino: c’erano di mezzo grandi storie e grandi culture.
L’attico di via in Arcione, vista Fontana di Trevi, gliel’ho tirato in ballo ogni volta che si parlava di Affittopoli. Non mi ha mai querelato. Preferiva telefonarmi, correggere, spiegare che non godeva di un privilegio ma di una legge. Mi forniva una notizia in più: i politici che minacciano sfracelli, appena un giornale li nomina, avrebbero da imparare.
Poi la vecchiaia, che per lui non è mai esistita. A 86 anni si fece eleggere sindaco di Nusco. A chi gli chiedeva se non fosse un’offesa al suo cursus honorum, rispondeva: «Io faccio politica. Dove sto, là la faccio». Ebbe un malore, lo davano per morto, e ai medici in apprensione disse: «Ricoverate loro, non vedete come si sono spaventati?». Quando la moglie, presidente di una onlus per i disabili, fu messa sotto processo per truffa, lui disse: «C’è una cattiveria miserabile in questa città che è al limite dello sfascio. E si aggredisce una persona, mia moglie, che ha realizzato solo opere di bene». Due anni dopo quella frase, a 91 anni, si ripresentò e fu rieletto. Lui si considerava un uomo di sinistra, e io no. Ma a Nusco lo avrei votato, per la tempra con cui ha difeso Anna Maria e per il coraggio di rimettersi in gioco fregandosene di chi lo dava per vecchio e del cuore che sobbalzava. Non ci si ritira dalla politica, né dal giornalismo. Ci sono mestieri che non vanno idolatrati, ma sono la pasta della vita: se molli sei morto. È morto a 94 anni, nel maggio del 2022, con la fascia tricolore addosso. Non sono nostalgico. Se lo fossi smetterei di fare il giornalista e farei il robivecchi. Ma se devo tracciare gli incontri della mia vita con i grandi, lui ci sta. Questa lista, quest’anno, ha compreso gente formidabile, tutta scomparsa, ed è il mio rimpianto. Non posso restituirli alla vita se non battendo dei tasti, almeno per dir loro a rivederci. Il più tardi possibile.
