Procuratore Gian Carlo Caselli, che cosa sta accadendo nelle nostre piazze? Accanto a tanti giovani che manifestano pacificamente, ce ne sono altri che si rendono protagonisti di violenze, devastazioni e saccheggi. Come interpreta questo fenomeno e che cosa distingue queste due realtà?
«È facile cadere nel sociologismo d’accatto, ma è altrettanto facile diagnosticare una generazione che non vede il suo futuro. Non è una novità nella storia, certo, ma a questi ragazzi mi pare manchino clamorosamente punti di riferimento collettivi. Sono ininterrottamente social, ma senza socialità. Quindi soli, sfuggenti, difficilmente intercettabili. Meno che mai da una politica che pensa che la priorità sia riarmarsi fino ai denti. E che dà la colpa a Putin se le piazze vanno a fuoco. Le piazze si incendiano per la povertà».
La magistratura sta rispondendo adeguatamente? Le leggi esistenti sono sufficienti o servono strumenti più incisivi per contrastare il senso di impunità?
«Le leggi esistenti sono sufficienti. Inutile semmai è inventarsi ogni volta nuove fattispecie di reato e nuove aggravanti. Salvo poi scoprire che sono già previste dall’ordinamento o che con l’ordinamento finiscono per confliggere o creare effetti paradossali. Per esempio, l’inesauribile e continua proliferazione di decreti sicurezza, che in pratica servono a poco o a niente, finisce per aumentare il clima di insicurezza e di paura. Quanto alla magistratura, se qualcuno ha la sensazione che sia indulgente (ma io non credo), il problema forse sta in decenni di leggi a tutela dei colletti bianchi. Però le garanzie valgono per tutti. A meno di non voler adottare codici separati: uno per i maranza, l’altro per le persone per bene».
A Milano, per diversi minorenni arrestati, i giudici hanno disposto misure alternative al carcere. È una risposta adeguata alla gravità dei fatti o rischia di indebolire la credibilità della giustizia?
«Il carcere purtroppo è spesso necessario, ma non può mai essere la sola risposta. Figuriamoci per i minorenni. Non servono più carceri minorili come dice Nordio. Servono più strutture di accoglienza per le misure alternative alla pena. E più risorse per il personale che se ne deve occupare. Chiudere la cella e buttare la chiave è - e sempre sarà criminogeno».
Alcuni protagonisti delle violenze hanno meno di quattordici anni e non sono imputabili. Ritiene ancora adeguata questa soglia di responsabilità penale? Quali interventi sono possibili?
«In linea di principio non condivido l’abbassamento dell’età imputabile, per tutti i motivi che ho appena detto. Credo però che a una domanda del genere possa rispondere solo chi si occupa di minori, problematici tutti i giorni, nei tribunali dei minorenni, nelle scuole, nei quartieri».
Le chat sono diventate strumenti per reclutare partecipanti e pianificare assalti. Quando si supera il confine dell’istigazione a delinquere e si entra in forme più gravi di responsabilità penale?
«Se uno invita a commettere reati via chat e poi questi reati vengono effettivamente commessi, si realizza il reato di istigazione a delinquere. Sia che questo accada all’angolo della strada sia che capiti in chat. Certo, nel secondo caso la matassa è terribilmente più seria da districare. Credo che di questi tempi uno dei lavori più complessi e usuranti sia quello della polizia postale».
Le indagini della Digos hanno consentito di intervenire anche prima che si verificassero nuovi episodi. Fin dove può spingersi l’azione preventiva senza compromettere le garanzie costituzionali?
«La responsabilità penale è sempre personale, mai presunta. Le azioni di prevenzione sono sempre esistite, ma le garanzie costituzionali non possono essere messe in dubbio, mai. La repressione indiscriminata, come il carcere indiscriminato, finiscono per essere criminogeni».
Questi gruppi, spesso senza una struttura stabile, riescono a mobilitare rapidamente centinaia di ragazzi. Le categorie tradizionali del diritto penale sono adeguate a contrastare questa forma di violenza collettiva?
«Più che le categorie tradizionali del diritto penale, sono le tecniche investigative che devono adeguarsi. Ed è quello che sicuramente accade».
Quali responsabilità hanno le famiglie? È necessario rafforzare gli strumenti giuridici che coinvolgono i genitori oppure il problema va affrontato soprattutto sul piano educativo e sociale?
«La famiglia e la scuola sono la sola possibilità di salvezza. Il problema è enorme e non si può liquidare in poche righe. Però fa sorridere, pensare che qualcuno ritenga di poterlo risolvere obbligando i genitori del devastatore a ripagare la vetrina».
Il governo ha rafforzato le misure di sicurezza rivolte anche ai minorenni. Come le giudica? Dove dovrebbe collocarsi il punto di equilibrio tra repressione, prevenzione e recupero?
«Come ho già detto, una logica soltanto repressiva non è solo propagandistica, è inutile e dannosa. Questo non significa lassismo o indulgenza. Ma i reati, tutti, vanno perseguiti con le leggi in vigore, che bastano e avanzano. Pensiamo piuttosto a medio-lungo termine. Paghiamo di più gli insegnanti e gli operatori sociali. Miglioriamo l’edilizia scolastica e l’organizzazione delle periferie. Sono sicuro che si potrà fare a meno di qualche missile senza troppi danni».
C’è chi attribuisce a queste violenze un significato politico e chi le riconduce al disagio sociale. Si rischia, in entrambi i casi, di sottovalutare le responsabilità individuali e la gravità dei reati?
«Il disagio sociale nasce sempre dalla povertà. La risposta, più o meno consapevolmente, può essere anche politica. Temo piuttosto che i professionisti del conflitto non si lasceranno sfuggire l’occasione per cavalcare un movimento così repentino: vedremo come e con quali risultati. Ma senza politiche di redistribuzione del reddito, le cose non potranno che peggiorare. Vedo intorno a noi una società costruita ad uso e consumo del super ricchi. Gli altri si arrangino».
