Poi dicono che i leghisti non leggono. Scrivono pure. E mai in un congresso della Lega si era parlato tanto di libri. A cominciare da quel Fare la Lega di Massimiliano Romeo, preso come il «trattato dei ribelli» e bannato da molte sezioni dove non ha potuto presentarlo. Nemmeno il capogruppo in Senato fosse Ernst Jünger. Cita il Martin Heidegger di Essere e tempo con «l’uomo gettato nel mondo», il presidente della Camera Lorenzo Fontana. Perché «siamo nati tutti come originali e non voglio che siamo costretti a morire fotocopie». La citazione colta di Silvia Sardone (che ha scritto Mai sottomessi. Cronache di un’Europa islamizzata) è per Benjamin Franklin, scienziato, politico e inventore statunitense che sulla fondazione degli Usa come Stato federale, diceva che «dobbiamo stare uniti o con tutta probabilità finiremo impiccati. A voi la scelta». Da rileggere, magari, i suoi Saggi di morale e d’economia privata. Ma ci sono anche i libri di Matteo Salvini (l’ultimo è Controvento. L’Italia che non si arrende) e Luca Zaia (I pessimisti non fanno fortuna). «Io non ho letto tutti i libri che avete scritto», assicura il ministro Giancarlo Giorgetti che per rasserenare gli animi consiglia il Vangelo di Matteo. Non l’evangelista filosofo Giovanni, ma interessante. Poi cita il Cancelliere di ferro Otto von Bismarck e la sua «politica come arte del possibile», prima di passare al teorico del conservatorismo Roger Scrurton con quel Manifesto dei conservatori che tanto piace alla premier Giorgia Meloni. Ricorda Milan Kundera con «il passato che non ritorna» l’aspirante segretario Massimo Garavaglia che poi cita il sociologo statunitense Daniel Bell. Ma il cult è ancora Alessandro Manzoni, con i suoi immortali «polli di Renzo». Che calzano a pennello, un gran lombardo che i libri li sapeva scrivere.
