Il primo a non presentarsi è stato il caos. Ieri all’ora di pranzo piazza Duomo era una cartolina: sole pieno, cielo pulito, turisti in fila per il selfie con la Madonnina. In corso Vittorio Emanuele, dove una settimana fa i ragazzini sfondavano le vetrine a caccia di scarpe da ginnastica, si passeggiava piano, tra pannelli di compensato e saracinesche mezze abbassate. La Rinascente ha chiuso alle tre, l’Apple Store di piazza Liberty pure. Tutto era pronto per l’assedio: 500 parà, i blindati in piazzetta Reale, i cestini tolti, i monopattini spariti, agenti in borghese ovunque, gente che non guardava il Duomo e guardava tutto il resto. Della rivolta, però, nessuna traccia.Poi sono arrivate le 14.30, l’ora promessa dal «Movimento 17 ottobre» per il comunicato con le direttive. Non è uscito niente. Dalla mattina Youssef Siher, trent’anni, italiano di seconda generazione di origine marocchina, indicato come la mente della pagina, era in questura. Senza copione, la piazza ha dovuto recitare a soggetto. Male.Intanto la questura in largo La Foppa ha fermato un gruppo delle curve insieme a quelli di Articolo 52, perché non arrivassero in Duomo, dove c’era già qualcuno della stessa area. Gli ultrà dell’Inter sono stati intercettati in San Babila. Una trentina di ragazzi con il tricolore è stata bloccata in via Dante.In giro sono stati controllati giovanissimi con il passamontagna nascosto sotto la felpa: alla fine verranno identificate oltre 2mila persone, 41 denunciate, 167 accompagnate in questura, mentre tre sono gli arrestati.A metà pomeriggio, davanti al Piccolo Teatro, c’erano 200 persone. Studenti, antagonisti e anarchici, molti giovanissimi e intorno curiosi e qualche politico, come due aspiranti sindaci di Milano: il capogruppo regionale del Pd Pierfrancesco Majorino e il sottosegretario alla Difesa Matteo Perego di Cremnago (Forza Italia). C’era chi gridava: «Vogliamo passare» solo per raggiungere i Pro Pal, che dalle 16 erano in piazza Leonardo da Vinci, davanti al Politecnico. La polizia li ha tenuti fermi a lungo. Poi ha aperto il cordone, ma in una sola direzione.Dovevano essere la piazza. Sono diventati un serpentone.Diecimila, alla fine, contando anche chi si è aggiunto strada facendo. Da via Lanza sono passati in via Tivoli, poi in viale Gadio, e hanno preso i Bastioni. Hanno camminato.Tanto. Cantavano «Bella ciao», cori contro Meloni, Salvini e Vannacci, l’immancabile «Tout le monde déteste la police», strada facendo hanno bruciato qualche bandiera della Lega. La questura ha puntato proprio sulla distanza. Chilometri di asfalto, la voglia che si consumava passo dopo passo. L’unico momento di tensione è arrivato a Porta Venezia, quando il serpentone ha provato a piegare verso il centro ed è volata qualche manganellata, il corteo è stato bloccato in via Borghetto e i negozi hanno abbassato le serrande per riflesso. Poi si è ripartiti. E la città che si era blindata come per un assedio si è ritrovata, a sera, con un corteo lungo e stanco che si allontanava dal centro. In piazza Duomo i turisti hanno continuato a fotografarsi fino al tramonto. La battaglia era pronta, ma almeno per ieri ha scelto di non presentarsi.

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