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L’Iran difende la pena capitale e se la prende con Gasparri

Adesso la Repubblica islamica dell’Iran pretende persino che dall’Italia non arrivino critiche alle sue sentenze

Gasparri

Non basta condannare a morte chi esprime posizioni sgradite al regime. Adesso la Repubblica islamica dell’Iran pretende persino che dall’Italia non arrivino critiche alle sue sentenze. È quanto emerge da una lettera inviata dall’ambasciata iraniana a Roma al presidente della Commissione Affari Esteri del Senato, Maurizio Gasparri, finito nel mirino di Teheran per aver contestato la condanna a morte di Najmeh Amini. Una presa di posizione diplomatica dai contenuti quantomeno sconcertanti, nella quale le autorità iraniane arrivano a considerare le critiche di un parlamentare italiano come un’ingerenza negli affari interni della Repubblica islamica.

Nella lettera l’ambasciata contesta le recenti dichiarazioni di Gasparri sulle vicende giudiziarie iraniane, sostenendo che la condanna a morte sarebbe stata pronunciata sulla base delle leggi nazionali. Non solo. I diplomatici accusano il senatore di aver formulato «giudizi preventivi» senza conoscere adeguatamente i fatti e le procedure legali, arrivando a sostenere che simili dichiarazioni costituirebbero «un’ingerenza negli affari interni degli Stati», che l’Iran non sarebbe disposto ad accettare.

Ma il passaggio più sorprendente riguarda l’invito rivolto a Gasparri a manifestare eventuali preoccupazioni attraverso i «canali diretti e diplomatici». In sostanza, anziché criticare pubblicamente una condanna capitale, il presidente della Commissione Esteri dovrebbe rivolgersi riservatamente alle autorità iraniane. Il tutto accompagnato da un richiamo ai principi di «accuratezza, imparzialità, ricorso a informazioni attendibili e rispetto delle procedure legali», rivendicati proprio dai rappresentanti della Repubblica islamica.

La risposta di Gasparri non si è fatta attendere: «Respingo al mittente le accuse di ingerenza», ha dichiarato il senatore ricordando che la condanna di Najmeh Amini, accusata secondo quanto riferisce di aver pubblicato sui social frasi sgradite al regime, ha suscitato riprovazione anche a livello internazionale. Il presidente della Commissione richiama la repressione delle manifestazioni in Iran, denunciando le uccisioni di manifestanti e le violenze commesse dalle autorità. «Quando si tratta di difendere il diritto alla vita di persone perseguitate continuerò a esprimere pubblicamente il mio pensiero».

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