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Ostracismo a palazzo e odio in rete: la sinistra contro Di Segni

La consigliera di Municipio era uscita dal Pd denunciando attacchi antisemiti e intolleranza. Silurata dalla presidenza di commissione, ha dovuto lasciare anche la coalizione. Ora nuove accuse e insulti, nell’indifferenza totale dei suoi ex compagni

Di Segni

Ostilità strisciante, ostracismo politico e ora anche insulti in rete, nella più totale indifferenza di colleghi e dirigenti. Questo il clima che la sinistra romana, in piena deriva pro Pal, ha lasciato che si costruisse intorno a quella che – fino a poco tempo fa - era una sua importante esponente. Questo il trattamento che stanno riservando a Fabiana Di Segni. Candidata nella lista Pd, parte integrante della coalizione risultata vincitrice, Di Segni è stata eletta nel 2011 con 412 preferenze. Questo seguito elettorale, e le competenze riconosciute, le erano valse la presidenza della commissione Politiche sociali del Municipio XI a Roma. Poi, dopo il 7 ottobre, qualcosa si è rotto. Qualcosa è cambiato, e non da parte sua. In poco tempo la presidente di commissione ha conosciuto l’isolamento, poi il siluramento politico, e pochi giorni fa in rete è stata nuovamente apostrofata in modo offensivo e discriminatorio da un militante, nella più totale indifferenza di tutti, nei partiti e nei sindacati. “Essere accusata di “sterminare persone” da chi presume la mia identità religiosa sulla sola base del cognome - osserva lei - è un fatto di una gravità inaudita. Non è critica politica: è un attacco personale che ripropone il pregiudizio antisemita della colpa collettiva”.

Niente può essere addebitato alla ex presidente di commissione, sul piano politico o personale. In altri termini, non si sa di cosa sia “colpevole”. Per qualcuno, però, forse è un problema il suo cognome, Di Segni, che rimanda alla comunità ebraica di Roma – la più antica d’Europa – e tra l’altro è lo stesso del suo rabbino capo. Per qualcuno è una presunzione di colpa, evidentemente, la dove non ci sia un’abiura esplicita di Israele. “Ormai a Roma prendersela con Fabiana Di Segni è un must di certa sinistra” commenta amaro un militante riformista, dall’interno quindi. Ma è uno dei pochi a rendersi conto di quanto sta accadendo. E sta accadendo che una militante preparata e determinata, è divenuta - suo malgrado - il classico “canarino nella miniera”, vale a dire il primo indicatore della mancanza di ossigeno in un ambiente, in questo caso uno schieramento politico in cui l’aria è divenuta irrespirabile per il settarismo e l’intolleranza di quello che chiamano “antisionismo”. Per Fabiana Di Segni l’aria si è fatta pesante dopo il 7 ottobre. Uno stillicidio doloroso. Prima è uscita dal circolo Pd. Un altro militante aveva scritto: “Hitler doveva finire il compito”. E nessuno ha avuto niente da ridire. Ad aprile quindi è uscita dal partito, pur restando nella sinistra, ma denunciando appunto un clima di forte odio: attacchi antisemiti legati alla sua identità e silenzi imbarazzati e più spesso compiacenti dei vertici del partito.

Eppure il Pd era erede di una tradizione che la Comunità ebraica ha sentito spesso vicina, in nome della comune storia antifascista. Tutto rimosso, perduto. Ha parlato di «una frattura morale e valoriale», Di Segni, e del “progressivo consolidarsi di una logica per cui io non venivo più vista come persona, come collega, come amministratrice, ma come parte di un voi”. Quel «voi» sono gli ebrei italiani. Ha proposto un Osservatorio sull’antisemitismo, che la sua maggioranza ha auto-boicottato in un pasticcio di rinvii e “inversioni a u”. Ha visto perfino sparire il suo nome dalla delibera – lei che era stata artefice della proposta. Infine ha subìto un “rimpasto” di incarichi in cui una sola casella è stata stravolta: la sua.

Addio sinistra: Di Segni ha deciso quindi di aderire al Partito liberaldemocratico di Luigi Marattin, altro ex pd ed ex Italia viva, una piccola formazione liberale che molti nel mondo ebraico guardano con fiducia. Poi, pochi giorni fa, Di Segni era intervenuta su Facebook rispondendo – peraltro garbatamente - al post anti-Israele di un militante dem, che si dichiara anche sindacalista Cgil. “Non vi odiano perché siete ebrei – l’argomento, per così dire, usato da questo attivista contro tutti gli israeliani – ma perché siete nazisti!”. Punti esclamativi, a chiusura di un’affermazione, intrisa di pregiudizio, che configura una fattispecie prevista espressamente dalla dichiarazione di Gerusalemme sull’antisemitismo, quella che pure la sinistra vorrebbe inserire nel ddl in discussione alla Camera al posto della dichiarazione Ihra.

A Fabiana è stata rivolta un’accusa collettiva tipica: “Continuate a sterminare persone, che così vi stimano, anzi vi amano” e così via. Quindi ha deciso di scrivere al sindacato nazionale, chiedendo di verificare i rapporti di questo militante, e sollecitando una presa di distanze. “Non ho mai dichiarato, nel corso di quella discussione, la mia appartenenza religiosa o la mia origine familiare - si legge - Il riferimento a una presunta responsabilità collettiva appare pertanto riconducibile a una deduzione basata esclusivamente sul mio cognome, Di Segni”. “Non siamo di fronte a una semplice critica alle politiche del Governo israeliano, pienamente legittima nel dibattito democratico -precisa - ma a un linguaggio che attribuisce indiscriminatamente colpe collettive, ricorre a generalizzazioni offensive e ripropone stereotipi riconducibili al pregiudizio antisemita”.

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