Non scriveva. Organizzava. Chi cercava l’ideologo della rivolta dei ragazzini, il cattivo maestro con la barba e il libretto, si è trovato davanti un uomo di logistica. Online Youssef Siher non teorizzava niente: nessun proclama, nessun saggio sul carovita, nessuna lirica sulla piazza come destino. Teneva insieme i gruppi. Li apriva, li riempiva, li faceva girare. Che è un mestiere meno romantico della rivoluzione, però molto più utile.Gli investigatori, che non sono tenuti a fare complimenti, ne fanno uno: per costruire quello che ha costruito, un cretino non è. Anzi. Ed è proprio questo a renderlo interessante. Perché chi è così bravo a stare nell’ombra potrebbe non essere l’ultimo anello della catena, e nemmeno il primo.Adesso l’indagine deve capire se sopra di lui ci sia qualcuno, e chi.Siher ha trent’anni, è italiano di seconda generazione e risiede a Mazzano, nel Bresciano. Ieri mattina lo hanno trovato a casa di un’amica a Milano, in un appartamento alla periferia sud est, ai limiti del Corvetto, in zona «Brenta». Non c’era un covo né un ciclostile, solo un divano altrui. Più o meno alla stessa ora la Digos di Brescia suonava alla porta dei suoi genitori. Poi lo hanno portato in via Fatebenefratelli, in questura.Il curriculum farebbe la fortuna di qualunque cena milanese. Ha una laurea in Comunicazione e un master in Scienze politiche alla Statale, è stato stagista all’Ispi per il Medio Oriente e si occupa di Islam politico. Madrelingua arabo e italiano, parla inglese e spagnolo, è attivista pro Pal. Come freelance ha firmato per il Fatto Quotidiano e ha collaborato con il sito del Foglio: un pluralismo editoriale che a molti politici manca. Il ministro Crosetto ha osservato, con una certa soddisfazione, che non si tratta di un emarginato, ma di uno che l’intellighenzia italiana l’ha frequentata. Sa scrivere, insomma. Per questo colpisce che, dove contava, abbia scelto di non farlo.Il suo talento, per chi indaga, era il tempo. La trovata delle 14.30 è sua: l’ora in cui la chat avrebbe svelato i luoghi di concentramento, città per città. Dire «dove» soltanto all’ultimo, quando dall’altra parte nessuno fa più in tempo. Venerdì gli amministratori avevano persino chiuso i canali divisi per città, per non lasciare tracce scritte.Una prudenza da manuale, con un limite: in rete le tracce restano anche quando si chiude la porta.E infatti il passo avanti lo ha fatto qualcun altro. Senza la Polizia Postale la Digos non lo avrebbe mai trovato. È stato un lavoro tecnologico, paziente, invisibile: account da ricostruire, accessi da incrociare, profili che si aprono e si chiudono. Nessun inseguimento, nessuna foto da prima pagina, solo schermi e ore, finché quelle ore ti portano davanti a una porta precisa.Nei suoi confronti è scattato subito il fermo preventivo del decreto sicurezza di febbraio. La norma consente di trattenere negli uffici, per non più di dodici ore, chi si ha fondato motivo di ritenere un pericolo per lo svolgimento pacifico di una manifestazione. È una misura di distanza: tiene l’organizzatore lontano dalla piazza nel giorno della piazza. Nel primo pomeriggio la Procura di Milano lo ha indagato per istigazione a delinquere aggravata, alle 19.30 è stato ufficialmente fermato.Alle 14.30 migliaia di telefoni aspettavano un indirizzo. Non è arrivato. L’uomo che doveva mandarlo era in questura. Dove adesso c’è chi si domanda: qualcuno gli diceva cosa scrivere?

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