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“Proteggiamo il Fatto”. Ma Travaglio ostacola l’Opa di Del Vecchio

l direttore sarcastico: “Ci chiamava ratti”. Il manager rilancia: “Chiediamo di ascoltare un progetto che mette al sicuro il giornale”

Leonardo Maria del Vecchio, presidente della Fondazione OneSight EssilorLuxottica Italia, durante il convegno ''Vedere meglio, vivere meglio, tutti'', presso l'Aula dei Gruppi parlamentari della Camera dei Deputati, Roma, 21 ottobre 2025. ANSA/ANGELO CARCONI

Il titolo di prima pagina che è una cannonata in forma, quasi, di filastrocca: «Il Fatto fa le pulci a Del Vecchio e lui prova a comprarsi il Fatto». E infatti l’ occhiello restituisce il no dei soci fondatori ad ogni trattativa: «Non siamo interessati a vendere».

Marco Travaglio detta la linea che è di contrasto all’ipotesi Opa, precipitata domenica sera come un meteorite sul quotidiano da lui diretto. Poi il direttore sferra una sciabolata, riprendendo il «complimento» che il pretendente aveva elargito ai cronisti del Fatto, «Ratti del giornalismo». «A parte che il signorino ha provato in tutti i modi a incontrare noi, ratti del giornalismo, ma invano».

Ma Leonardo Maria Del Vecchio, uno degli uomini più liquidi d’Italia, non si lascia impressionare dalle ruvide «carezze». E anzi rilancia. Concede un’intervista a Rtl102.5 dove in sostanza afferma che i giochi sono appena cominciati e ci sarà modo di chiarire e magari di concludere l’affare: «L’Opa sul Fatto Quotidiano è un grande onore perché salvare un brand così storico con una customer base così influente e un engagement così forte - è il terzo giornale on line a livello di views - per me è una cosa importante».

Certo, il discorso è infarcito di parole prese a prestito dall’inglese dei businessmen, ma la sostanza è chiara: il Fatto è un foglio dall’identità marcata con una community di lettori agguerrita e consapevole. Per uno come Del Vecchio, che ama le incursioni nel mondo dell’editoria e non si muove per logiche ideologiche, l’Opa è una grande opportunità. Comunque vada a finire.

Travaglio, Peter Gomez, Marco Lillo e tutti gli altri si sono messi di traverso e non ne vogliono sapere, ma lui incarta nel linguaggio della diplomazia le incomprensioni e le stoccate di queste ore: «Il fatto che i soci fondatori abbiano rifiutato l’ipotesi di una cessione delle quote è una prima reazione, non c’è stato un piano di investimento e dialogo».

Siamo solo, è il ragionamento dell’imprenditore figlio del mitico fondatore di Luxottica Leonardo Del Vecchio, all’incipit di una storia che potrebbe avere un’evoluzione sorprendente e chiudersi in altro modo.

In pochi mesi Del Vecchio ha conquistato il Quotidiano Nazionale e ha acquisito il 30 per cento del Giornale. Insomma, mostra un’attenzione alla carta stampata che di questi tempi è merce rara. E infatti, a Rtl, dice anche altro: «Ci sono 50 milioni di perdita anche quest’anno per la Repubblica e io sono ancora qui».

Il manager aveva infatti cercato di prendere pure il quotidiano fondato da Eugenio Scalfari, prima che Gedi lo cedesse al gruppo greco Antenna: «C’erano due offerte e io ho fatto la mia. Alla fine, grazie anche alla mia offerta, probabilmente è stata venduta anche a sconto. Il problema è che ci sono 50 milioni di perdita anche quest’anno per la Repubblica e io sono ancora qui».

Travaglio nel suo editoriale affonda ancora: «Resta da capire quando finisca l’effetto della morfina». Riferita ad una controversa intervista dell’imprenditore a Lilli Gruber nel salotto di Otto e mezzo. Ma lui sembra non sentire gli spilli. E si appiattisce, ecumenico: «Il Fatto ha scritto molto di noi, anche in modo critico. È esattamente il giornalismo che vogliamo proteggere. Non chiediamo a nessuno di cambiare idea su di noi. Chiediamo solo di ascoltare un progetto che mette al sicuro il giornale».