Ha seduto due giorni al tavolo della presidenza del congresso convocato da Matteo Salvini per eleggere il nuovo segretario. Che alla fine sarà lui. Ma Silvia Sardone è stata chiamata a prendere la parola come il «candidato sindaco della Lega a Milano». Si sapeva ma, soprattutto dopo le devastazioni, la sua investitura sembra non essere più solo di bandiera. Ben altro che un modo per tenere alto il morale dei militanti della Lega e caldo l’elettorato del centrodestra. Tanto che anche la premier Giorgia Meloni sembra cominci a guardarla con altri occhi. E, del resto, una carriera politica costruita da lustri sui temi della sicurezza e della lotta (letteralmente) senza quartiere all’Islam radicale e politicizzato, potrebbe essere un’arma per spostare i voti necessari per riprendere dopo 15 anni il Comune al centrosinistra. Perché i milanesi sono pazienti e gli si possono fare tante cose, ma non gli si può distruggere la città, impedendogli la libertà di un passeggiata in Duomo.
E allora Sardone promette che «da domani basta, Milano non sarà più una città sotto attacco». Alzando subito i toni e non solo quello della voce. «Io voglio una Lega d’attacco e non democristiana». Aggiungendo che «ho sentito dire che la Lega non né di destra né di sinistra, io non sono mai stata comunista, i comunisti li combatto e ho anche una certa allergia». Un boato scuote la sala, perché forse la Lega è ancora più anticomunista che antifascista. Ma non risparmia nemmeno Salvini, potendoselo permettere per aver ribadito più volte la sua fedeltà alla linea. «Matteo ti voterò, ma una promessa: mai più governi con il Pd e governi tecnici o inciuci: basta accordi col Pd». Un bel dardo anche ai delegati: «La Lega deve essere il partito che premia il merito. Dico no ai lacchè e a chi si limita a dire solo sì e poi no anche a tutti quelli seduti su una comoda poltrona che dicono quello che va male, aspettando sulla riva del fiume momenti peggiori».
Poi il vademecum del perfetto candidato sindaco leghista, ricordando che dalla sua penna è uscita la Mozione sull’Islam presentata con Anna Maria Cisint e Susanna Ceccardi dal titolo esplicito: La battaglia per il nostro futuro: immigrazione controllata, cittadinanza meritata, no sharia.
Di qui l’impegno «non solo a non aprire altre moschee, ma a chiuderle; respingere la richiesta di cittadinanza a chi non sa l’italiano; basta mettere in lista chi si candida in nome di Allah e vuol portare la sharia, la legge islamica in Comune e immigrati regolarizzati solo se sono utili». Ma anche «basta cedere sovranità all’Europa e basta mandare in pensione la gente un giorno prima di morire». La citazione colta è per Benjamin Franklin che sulla fondazione degli Usa Stato federale diceva che «dobbiamo stare uniti o con tutta probabilità finiremo impiccati. A voi la scelta».
