L’intervento Ora il Pdl non si illuda di poter rinunciare al leader forte

Caro direttore, in queste ultime settimane si sono manifestati in rapida successione una serie di problemi politici, anche all’interno del mio partito, che chiamano in causa inevitabilmente scelte politiche e personali.
Da un punto di vista generale, il Pdl si trova in condizioni favorevoli, migliori di quelle che si potevano immaginare. Il consenso al governo sfiora percentuali che in ogni altro Paese i governanti si sognano di avere. La coalizione che sostiene il governo è sostanzialmente compatta attorno al suo leader. L’attuale quadro politico è privo di credibili alternative. Che cosa mi preoccupa, allora? Perché avverto oggi l’urgenza di chiarire il mio impegno politico? In primo luogo perché viviamo una fase di transizione che può preludere ad un’evoluzione positiva della condizione politica del nostro Paese, ma, se non governata e preparata con spirito di responsabilità, ad una fase di regressione o di disgregazione dei traguardi fin qui raggiunti.
La nascita del Pdl ha rappresentato e continua a rappresentare un fattore di unità e di stabilizzazione del quadro politico. Le minacce a questa sfida non sono mai cessate e continuano a provenire da molteplici fronti: sia all’esterno che all’interno.
Il rischio più grande e incombente sul bipolarismo deriva dalla crisi del Pd, che provoca un pericoloso vuoto nello spazio che dovrebbe essere occupato da una forza socialista riformista in grado di lanciare la sua candidatura al governo del Paese. Questo vuoto sbilancia l’intero sistema politico, determinando successive frammentazioni e favorendo movimenti eversivi come quello di Di Pietro.
L’Udc di Casini si insinua in queste difficoltà abdicando ad una politica degna di questo nome, ma con l’obiettivo dichiarato di disarticolare le fragili basi del bipolarismo.
Fin qui le minacce che provengono dall’esterno del nostro partito. La mia preoccupazione, tuttavia, è che vi sono delle posizioni anche all’interno del nostro partito che non vanno, secondo me, nella direzione per cui il presidente Silvio Berlusconi ha fondato prima Forza Italia e poi il Popolo della Libertà.
Voglio fugare ogni equivoco o possibile malinteso: non mi riferisco affatto alle posizioni assunte dal presidente Gianfranco Fini. Si tratta piuttosto di atteggiamenti trasversali, sempre più diffusi, che hanno in comune un’idea della politica molto distante da quella che ha fatto irruzione nella vita politica italiana grazie alla leadership carismatica di Berlusconi.
In questi anni ho potuto constatare quanto le idee di Berlusconi, le sue concezioni, si diffondano tanto rapidamente fra i cittadini quanto incontrino una continua resistenza e perfino facili ilarità fra numerosi esponenti politici che hanno aderito prima a Forza Italia e poi al Pdl.
Sarebbe un errore e un curioso paradosso se, in coincidenza del punto più alto della sua forza politica e del grado di consenso di cui gode nel Paese, una certa nomenclatura politica si sentisse abilitata a fare da sé, a rivendicare un’autonomia che getta un’ombra sul futuro.
Evidentemente occorre molto più tempo affinché l'unificazione di partiti, con storie e tradizioni molte diverse, possa condurre a identità comuni, che siano il superamento in avanti e in positivo delle identità precedenti.
Da questo punto di vista la sfida lanciata da Fini può essere la strada giusta per aprire un confronto reale. Per rendere possibile questo percorso è necessario intendersi su alcune questioni essenziali. Un partito si compone di tre elementi essenziali: l’identità, il programma e l’organizzazione.
Tuttavia, dopo la crisi delle ideologie e il superamento della vecchia organizzazione dei partiti politici, la leadership informa di sé in tutte le moderne democrazie l’identità, i programmi e l’organizzazione dei partiti.
Sono convinto che il fenomeno della leadership garantisca un grado maggiore di democrazia e permetta un rapporto più stretto con i cittadini, con i loro bisogni e le loro speranze.
Forza Italia è scaturita dalla volontà politica di Silvio Berlusconi e si è strutturata nel tempo come un movimento politico capace di coniugare la leadership carismatica del suo fondatore con la crescita di una nuova classe dirigente leale e competente.
Per questo Forza Italia ha saputo tenere insieme leadership e democrazia, lealtà e ricchezza del confronto democratico e ha rappresentato nella storia italiana un’esperienza unica e un modello positivo che non va disperso. Il Pdl sarà tanto più forte e credibile se manterrà fede all’irruzione nella vita politica italiana di una rivoluzione nel modo di concepire la politica.
Ci troviamo, oggi, nelle condizioni migliori per proseguire il nostro lavoro. Il governo, pur nelle condizioni più difficili, ha operato e sta operando bene. Non c’è alcuna alternativa e la crisi della sinistra ci riserverà ancora molte sorprese, perché è una crisi culturale prima ancora che politica. Il non aver mai fatto i conti con la propria storia ha fatto sì che oggi la sinistra italiana sia senza una politica, identità e classe dirigente degna di questo nome.
In queste condizioni, possiamo impegnarci con calma e serenità a costruire un grande partito di tutti i moderati italiani. Per farlo, occorrono doti di paziente tessitura politica e culturale, sensibilità all’ascolto delle ragioni di tutti, capacità di definire un quadro di democrazia interna e di partecipare al confronto senza disperdere, anzi valorizzando al massimo, le novità introdotte nella vita politica italiana dal presidente Silvio Berlusconi.
È con questo spirito che concepisco il mio impegno nel nuovo partito. Non mi riconosco in nessuna supposta corrente dorotea ma lavoro e lavorerò esclusivamente per la crescita di una nuova generazione che raccolga il testimone e direttamente da Berlusconi.
*Ministro dei Beni culturali

e coordinatore del Pdl
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