La mattina del 24 dicembre Ludovico Spinazzola, critico d’arte romano intorno ai sessanta, dal cuore malandato e con parecchi chili di troppo, si sveglia tra le montagne dentro un corpo scattante che non è il suo: è quello di Ethan Kaffee, star del cinema americano d’azione. Nello stesso istante l’atletico divo Ethan si ritrova a Roma nel corpo affaticato di Ludovico. Nessuno dei due può svelare lo scambio e ciascuno deve cavarsela nella vita dell’altro. Ludovico una figlia, Giulia, che un tribunale lo ha obbligato a riconoscere; Ethan il suicidio del figlio Joel e un matrimonio finito. Con Gli scherzi della vita (Mondadori, pagg. 204, euro 19), il pluripremiato Alessandro Piperno, classe 1972, docente di letteratura francese a Tor Vergata e curatore dei Meridiani Mondadori, torna in libreria dopo Aria di famiglia (Mondadori) con un romanzo (lo presenta alla Libreria Rizzoli di Milano il 5 novembre, alle 18.30, in dialogo con Antonio Franchini) che rompe i suoi canoni usuali. Si diverte e ci diverte con una trama serrata, brillante, fantastica composta con un mix&match di stili.
Un romanzo sui condizionamenti del corpo?
«Nessuno di noi ha avuto l’esperienza che capita ai miei due eroi, grazie al cielo. Ma crearli mi ha fatto pensare a quanto il nostro corpo determini tutto: passiamo la vita cercando di adattare la nostra mente al corpo e alla sua ineluttabilità. Non è solo questione di bellezza o bruttezza: il nostro corpo è il biglietto di presentazione verso gli altri e viverci bene o male determina il nostro carattere fin dal principio. Virtù non luce in disadorno ammanto, scrive Leopardi ma anche donne e uomini avvenenti si lamentano di non essere presi sul serio. Comunque la si metta, il corpo è sempre tra i piedi».
Lo scambio tra i due, questo «scherzo della vita», è un premio o una punizione?
«Mi sono trovato a chiedermi: per quale ragione Ludovico, che ha tutti i vantaggi di questo scambio, dovrebbe lamentarsene e per quale ragione l’altro dovrebbe accettarlo? È come se i due caratteri fossero stati forgiati da me in virtù di questa esigenza. L’idea era che quello svantaggiato avesse un’idea della vita elementare e con una vaga tendenza religiosa che lo porta a credere che tutto quello che ti capita sia una prova, e che quanto più è difficile, più sei forte se riesci a superarla: questo mi ha dato l’opportunità di non farlo suicidare alla seconda scena del libro. L’altro è così materialista, edonista, privo di trascendenza e legato all’hic et nunc che mi sono divertito a fargli credere che quello che gli sta succedendo potrebbe essere un ictus o una bizzarria temporanea del cervello. Nelle mie pur decennali attitudini alla vita colta, mi piaceva sottolineare quanto la vita del corpo possa essere soddisfacente: sciare, giocare a tennis, fare sesso, tutte cose che ti fanno riscoprire un piacere della vita che molte figure iperintellettuali dimenticano».
Ludovico è lei?
«Spesso ho pensato di essere un surfista incastrato nel corpo di un professore, la mia intera vita un ripiego rispetto alle mie reali aspirazioni. C’è in Ludovico parecchio di me. Anche se non sono obeso e nemmeno cardiopatico, mi riconosco nel suo disincanto, nella causticità e nell’edonismo. Capisco anche l’ossessione per la bellezza. Eppure ho molta più tenerezza per Ethan».
L’idea da dove le è venuta?
«Stavo lavorando al terzo libro sul professor Sacerdoti, che mi dava problemi, era un giorno di università, dovevo fare lezione, non mi andava di guardare libri, stavo scrollando sul telefonino e trovo un’intervista ai fratelli Gallagher, due individui che venero. Che saggezza. Quanta verità! Come sarebbe bello essere i Gallagher, mi dicevo, andare a lezione ed esprimersi come loro: Questo cazzo di Bovary e così via. Ridevo da solo a pensare a un Gallagher trasformato in me, e il romanzo ha preso il via».
Letteratura come occasione di metamorfosi o è finito quel tempo?
«Se ci pensiamo, sia nel caso di Ovidio che di Kafka, diversi ma contigui, la metamorfosi nasce sempre da un disagio, da un impasse: un dio vuole conquistare una fanciulla, non riesce a farlo e si trasforma nel marito. Se stai alla riga, persino Samsa a un certo punto è più contento di prima e il sogno segreto è diventare una bestia, cosa che ossessionava Kafka. Si parva licet, i miei due personaggi hanno qualcosa di analogo: devono uscire dalla selva oscura. Se c’è una cosa che la narrativa consente è questa: l’idea di trasformare, la vita di un lettore da un libro, quella di uno scrittore dallo scriverlo».
La paternità rimane un tema centrale.
«Se volevo portare a casa questo libro non potevo continuare a insistere sui cliché dello sketch hollywoodiano, doveva diventare un mio libro: introspezione dei temi borghesi e idea dei conflitti familiari intergenerazionali. Con le peggiori intenzioni era il libro di un figlio, Persecuzione di padre e figli, Aria di famiglia di paternità surrogata, il precedente era un orfano che doveva trovare un nuovo padre. Temi che gestisco solo nella fiction, essendo uomo senza figli, ed è ormai ragionevole credere che non ne avrò mai. Ma la questione mi perseguita e la ritrovo in tutte le cose che scrivo e che amo».
Il suo fascino per Hollywood rimane tra le righe allora?
«Se dovessi darmi una fonte di ispirazione citerei Freaky Friday e tutta la tradizione di scambio hollywoodiano. In quegli script però c’è un itinerario salvifico. Io sono Alessandro Piperno e non ho aspirazioni così edificanti. Però mi sono detto: ma questi due non imparano niente? Mi vergogno di quello che sto per dire: loro non hanno mai amato. Troppo bello l’uno, e narciso, l’altro troppo cinico e intelligente. Ecco, in queste vite scambiate entrambi a loro modo imparano ad amare. Niente è peggio di una vita senza amore».
