Come si diventa scrittori? Come si diventa artisti? Non appena lo si è diventati, e magari direte che domanda e risposta sono un serpente che si morde la coda, soprattutto la coda delle ambizioni mal riposte, e oggi più che mai dell’apparente facilità con cui l’illusione di pubblicare un libro pare a portata di mano, ve lo scrive l’AI, ve lo pubblicate con Amazon, e il gioco è fatto, nella vostra testa però, la testa che non avete, e in questo l’AI vi viene in supporto, vi fa pensare di pensare e averne una.
D’altra parte l’ho scritto in qualche libro che non ricordo più quale sia, e molti anni fa, e non ricordo, non voglio ricordare più niente, neppure il presente, un attimo dopo è già passato, è già la morte, come la fotografia di cui parlava Roland Barthes. All’epoca del self-publishing almeno c’era un finto editore che vi spennava (faceva bene) senza distribuirvi né promuovervi, ora c’è Amazon (non ho mai visto libri più brutti di quelli che vi stampa Amazon, forse perché lo fa secondo il vostro gusto, direttamente proporzionale alle vostre ambizioni) e l’intelligenza artificiale che ve lo scrive.
No, qui non entro nel merito in cui sono già entrato altrove, l’AI non vi scrive un capolavoro, al massimo un libro medio come sono medi tutti gli altri che magari pure premiano, non potrebbe mai inventarsi la Recherche, un Ulisse, un Madame Bovary, neppure una pagina di un mio romanzo in cui ogni frase è frutto di ossessioni di quarant’anni. Tant’è che ho fatto numerosi test anche con me stesso, l’AI è un buon editor e ragiona come il peggior editor quando si trova davanti a qualcosa che sia letteratura, normalizza, banalizza, se gli mettessi Beckett lo trasformerebbe in un romanzetto da Strega, e da questo punto tanto vale sia un’AI a farlo.
Con tanti vantaggi: l’AI non vuole essere niente, non vuole farsi vedere per presentare il suo libro (la ragione per cui tutti scrivono libri, dire “ho scritto un libro”, che sia di merda o meno cambia poco, e farsi vedere davanti a quattro gatti annoiati, ed essere, l’autore, qualcosa “è scrittore”), il problema è che al posto dell’AI si presenterà per presentare il tipo in carne e ossa e con «sono questo ma con libro sono più autorevole» con il suo volume scritto con l’intelligenza artificiale senza rendersi conto di essere un deficiente naturale che si crede furbo.
Ne conosco tanti, entusiasti, e buon per loro, l’entusiasmo gli si sgonfierà presto. Essere scrittori significa passare la vita a leggere libri, giusti e sbagliati (come diceva Arbasino “non basta leggere, bisogna anche leggere i libri giusti”), migliaia di libri, avere talento, avere disciplina, non c’è tempo neppure per vivere perché l’unica vita di uno scrittore è la sua scrittura, il dolore e la necessità di scrivere e riscrivere ogni singola frase, ogni giro di frase, avendo metabolizzato ciò che gli serviva dei grandi e ciò che non gli serviva dei piccoli e dei medi, e aver passato anni, spesso decenni, a essere rifiutati, e niente li ha fermati (Guido Morselli si fermò da solo, con un colpo di pistola in bocca, prima di finire in Adelphi).
In fondo l’AI pesca e produce quello che hanno scritto altri statisticamente medi, quindi ben venga, si autopubblichino loro, al di fuori del circuito critico e giornalistico e editoriale ufficiale (tanto fa schifo anche quello, ma meno schifo del nulla digitale, del «lo sponsorizzano influencer uguali a me», uguali, quindi inutili). Per cui si facciano scrivere i libri con l’AI, magari a qualcuno nel presente funziona (basta che funzioni, titolo di un bel film di Woody Allen) sebbene la sentenza di Aldo Busi resti valida ancora oggi: «È ben triste scrivere per vendere, sacrificare tutto il resto, e poi non vendere». Qui sacrificano, con il resto, anche la loro testa (impossibile fare una discussione culturale con chi per sapere cosa rispondere deve chiederlo a ChatGPT), sacrificano l’ossessione, e senza ossessione (sacrificio, lettura, idioscriosasie, visione del mondo) non si dà letteratura, solo «ehi ragazzi, ho pubblicato un libro», e per quanto mi riguarda va benissimo, sono immune sia ai carrieristi artificiali sia ai carrieristi naturali. Alla fine con l’AI o senza AI un libro mediocre resterà sempre un libro mediocre, devono solo rinunciare a uno dei premi che premiano la mediocrità (perché l’ha scritto l’AI? È uguale a loro), e magari lamentarsene con l’AI, che essendo un’AI gli dirà che è ingiusto, per fargli piacere, a lei che gliene frega, così come al mondo, signore mie.
