Per gentile concessione dell’editore, pubblichiamo uno stralcio della prefazione al libro Le stagioni di James Thomson (traduzione di Luca Manini, La nave di Teseo, pagg. 394, euro 24). In libreria da oggi.
Ho cercato di esaminare il trattamento disomogeneo della natura ne Le stagioni e di mostrarne le implicazioni stilistico-ideali.
Se le rappresentazioni contrastanti di Thomson (1700-1748) possono essere problematiche da un punto di vista strettamente formale, sul piano del contenuto la loro presenza si riverbera in alcune direttrici fondamentali. In primo luogo, esse rivelano un mutamento estetico iniziato ben prima del 1730 e destinato a proseguire progressivamente fino all’epoca romantica: l’abbandono della razionalità, intesa come preoccupazione nodale del Secolo dei Lumi e come ideale di un primato assoluto della ratio su ogni altra facoltà umana.
In secondo luogo, quando Thomson mostra una sensibilità insolitamente ricettiva verso i fenomeni naturali e manifesta il desiderio di fuggire da un mondo in cui l’uomo è ormai distante dal cosmo, egli anticipa il concetto schilleriano di sentimentale, offrendo momenti di evidente sapore protoromantico (Le stagioni, a questo proposito, si configurano come lo snodo mediano di una transizione spirituale dal cogito ergo sum al cogito ergo sentio).
In terzo luogo, l’esempio dell’oratorio di Haydn, ispirato dalle Stagioni, spero abbia dimostrato come le peculiarità descritte abbiano permesso al poema thomsoniano di parlare alla prima generazione romantica in diverse nazioni europee. Dopotutto, al tempo della prima esecuzione dell’oratorio, nel 1801, in Germania Hölderlin aveva già composto le sue liriche più importanti e stava per sprofondare in quarant’anni di follia; Novalis si era spento da pochi mesi, lasciando in eredità quegli Inni alla notte (1800) che, con il loro prodigioso lirismo portavoce della caducità umana di fronte all’assoluto della natura, avrebbero ridefinito la poesia romantica tedesca; in Inghilterra, nel frattempo, Wordsworth e Coleridge avevano già pubblicato le loro Ballate liriche (1798), inaugurando ufficialmente il Romanticismo d’oltremanica.
Pertanto, il fatto che l’ispirazione di Thomson abbia trovato terreno fertile in contesti culturali ed estetici così distanti dai propri orizzonti d’origine impone di apprezzare Le stagioni secondo una prospettiva rinnovata, capace di sfuggire tanto alle riserve dei detrattori quanto alle parzialità dei suoi apologeti. Manifestando attitudini che i primi romantici inglesi e Wordsworth in particolare avrebbero radicalizzato nei decenni successivi, Thomson merita di essere riconsiderato e rivalutato come figura ben più complessa di un mero esponente della poesia augustea inglese.
Senza dubbio, laddove la poesia di un Pope splende con la perfezione della forma trattandosi, secondo Mario Praz, di «una poesia dichiarativa o espositiva in cui le metafore non disturbano la superficie logica» lo stile di Thomson vacilla invece fra Rococò e Romanticismo.
Il grandissimo e irriverente saggista William Hazlitt mise a fuoco meglio di chiunque altro la sciarada thomsoniana: «I suoi difetti erano quelli del suo stile dell’autore e dell’uomo; ma il genio originale del poeta, la sostanza profonda della sua immaginazione, la nobile impronta naturale che plasmava i suoi sentimenti, erano elementi troppo forti perché egli potesse vanificarli con la negligenza, l’affettazione o gli ornamenti falsi».
Hazlitt trova proprio nella dicotomia tra le piatte raffigurazioni e i vertiginosi slanci estatici di Thomson, da me brevemente illustrati ne L’autunno, la sua perfetta esemplificazione.
Questo brusco divario stilistico dimostra come la natura di Thomson non sia un blocco monolitico di sacralità e rigore geometrico, bensì uno spazio instabile e stratificato. Quando la descrizione si piega alla convenzione sociale e al bozzetto campestre della raccolta, la tensione metafisica si allenta, lasciando il posto a formule ripetitive e convenzionali. Lungi dall’essere un’omogenea glorificazione del divino (come voleva Cohen), il poema oscilla sistematicamente tra vette di intuizione sublime e cadute nel formalismo più piatto.
In tale dissidio risiede la modernità di Thomson, ed è precisamente in questa frizione che secondo Schiller si ravvisa la cifra del sentimento moderno. Vi è qualcosa di indiscutibilmente insolito ne Le stagioni, un’opera nata nel XVIII secolo, un’epoca ai nostri occhi così estranea, così vicina alle nostre sensibilità, eppure al tempo stesso così remota.
