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Letteratura

Creatore di caos. Senza le sue beffe l’ordine diventa una noia eterna

Il cattivo più amato delle saghe Marvel proviene dai miti vichinghi: Dumézil ha spiegato come incarni l’intelligenza spregiudicata

Il cattivo che diventa un (anti) eroe. Su Disney+ arriva Loki

Per milioni di spettatori Loki ha il volto pallido e il sorriso storto di Tom Hiddleston. Il fratellastro di Thor, entrato nei fumetti Marvel all’inizio degli anni Sessanta, sulla carta era un cattivo da operetta, con l’elmo a corna e i piani di conquista universale. Il cinema gli ha regalato la malinconia del figlio adottivo e un’ironia da dandy, e ne ha fatto il cattivo più amato del genere supereroistico, al punto da meritarsi una serie tutta sua in cui saltella tra universi paralleli. Il pubblico lo preferisce agli eroi per una ragione semplice: è l’unico che pensa. Mente, tradisce, si pente e ricomincia, e intanto fa ridere. Ma la Marvel non ha inventato quasi nulla.

Lo dimostra Loki di Georges Dumézil, ora tradotto da Adelphi, il libro che il grande studioso delle religioni indoeuropee riscrisse per quasi quarant’anni. Il Loki dei vichinghi è un dio senza culto: nessuno lo pregava, nessun luogo porta il suo nome. Eppure compare in quasi tutti i racconti, ora alleato degli dèi, ora la loro rovina. Generazioni di studiosi hanno cercato di ridurlo a un elemento della natura, il fuoco o il vento. Dumézil risponde che Loki non appartiene alla natura ma alla mente umana, e ne fa il ritratto di un tipo preciso di intelligenza. Basta seguirlo nelle sue imprese. Per scherzo rapa a zero la moglie di Thor, poi per farsi perdonare commissiona ai nani dei tesori meravigliosi, salvo infastidire il fabbro mentre forgia il martello del dio, che esce col manico troppo corto. Quando un gigante ruba quel martello, è lui a convincere Thor a travestirsi da sposa per riprenderselo. Fa il buffone per strappare un sorriso a una gigantessa in lutto. È il consigliere e il factotum degli dèi. Poi un giorno, per invidia, arma la mano di un cieco e fa uccidere Baldr, il più bello e il più amato. Gli dèi lo incatenano sotto la terra ma alla fine del mondo Loki si libererà per guidare i giganti contro i suoi nemici.

Il briccone divino è una figura che gli antropologi ritrovano ovunque, dall’Ermes greco che appena nato ruba le vacche di Apollo al Coyote delle leggende pellerossa. È il ladro che porta doni, il disordine di cui ogni ordine ha segretamente bisogno. Ma Loki è qualcosa di più di un saltimbanco, e Dumézil ne individua il segreto. È l’intelligenza impulsiva, innamorata del gioco e dell’effetto, «brillante nell’immediato e rovinosa a lunga scadenza». L’ordine costituito ne ha bisogno a ogni imprevisto e ne teme di continuo i capricci. Mente per divertimento e per misurare la propria superiorità sugli sciocchi, finché la bugia diventa un vizio senza scopo: gli islandesi la chiamavano lokalýgi, menzogna alla Loki. E soprattutto non sa tacere: è troppo vanitoso per tenersi una scoperta, la spreca in petardi sparsi invece di conservarla per i fuochi d’artificio che portano, scrive Dumézil, ai senati e alle accademie.

Leggendo queste pagine è difficile non pensare a una specie che conosciamo bene, l’intellettuale spregiudicato. Cambia bandiera non per calcolo ma per noia, sacrifica volentieri un’idea al piacere di una battuta e trova insopportabile soprattutto il proprio passato. Dumézil lo sapeva: la mente brillante si sradica e si declassa proprio perché è «troppo intelligente», e quando l’ordine stabilito reagisce con sospetto finisce per dedicare il proprio talento alla derisione. Non ha nemici fissi né amici fedeli. Ha soltanto un pubblico, spesso fatto di una sola persona: se stesso. Dumézil aggiunge un dettaglio: in una mitologia nel complesso pudica, il solo Loki si fa beffe della legge sessuale, perché tra l’audacia erotica e quella intellettuale corrono legami sottili.

Ai vichinghi, però, non bastava Loki: volevano anche il suo contrario. Per questo, nel seguito di Odino, cammina anche un dio silenzioso di nome Hnir. Mandato a governare un popolo rivale, quando gli si presenta un caso difficile risponde sempre la stessa cosa: «Decida qualcun altro!». I suoi sudditi lo prendono per uno sciocco. Dumézil vi vede invece il ritratto del pensiero lento, quello che prima di tutto sospende il giudizio, non agisce, «che è già molto», e infine ascolta la voce dell’esperienza.

Loki fa la fine che merita. Braccato, si costruisce un rifugio tra le rocce e lì inventa la rete da pesca, che dèi e uomini ancora non conoscevano; gli dèi ne trovano le ceneri, ne copiano la trama e con quella rete lo catturano. È il destino di ogni briccone: finire preso nella propria trovata. Hollywood, che ama i finali consolanti, lo ha redento facendone il custode del tempo. I vichinghi furono più realisti. Lasciarono il dio troppo intelligente in catene fino alla fine del mondo, e nell’universo rinnovato che verrà dopo affidarono a Hnir, il taciturno, il compito di leggere il destino. Sarà un mondo più ordinato. E anche infinitamente noioso.

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