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Letteratura

De Maria, un grande autore di cui non vi hanno parlato

Lo scrittore torinese immagina la morte segreta di Josif Stalin in un libro visionario del 1976, finalmente ristampato. Viaggio surreale e imprevedibile alla radice dell’odio. Con autentica follia...

Stalin e il gotha dell'Urss visti da (troppo) vicino

Novantanove pagine in brossura, collana «Gli anelli» del Formichiere, Milano 1976. Chi le cercava fino a ieri doveva affidarsi ai librai d’occasione, che le vendono per pochi euro con la noncuranza riservata ai romanzi di cui nessuno ha mai sentito parlare. Ora La morte segreta di Josif Giugasvili torna invece sugli scaffali, nella Biblioteca Neri Pozza. L’editore vicentino procede dunque nella pubblicazione dell’opera omnia di Giorgio De Maria. Nel 2024 era stato il momento delle Venti giornate di Torino, un capolavoro, uscito in origine nel 1977, dopo il quale l’autore torinese smise di pubblicare.

Josif Giugasvili è il nome di battesimo di Stalin. La morte del titolo è quella del 5 marzo 1953, nella dacia di Kuntsevo: il dittatore colpito da un malore e lasciato per ore sul pavimento, perché nessuno osava entrare nella sua stanza senza essere chiamato, mentre i medici migliori marcivano in carcere per il presunto complotto dei camici bianchi.

Materia perfetta per un giallo storico. De Maria ne ricava tutt’altro. Il romanzo è costruito a scatole cinesi: ci sono i diari di Saska, servitore fedele del dittatore, e c’è un misterioso taccuino nero che racconta la vicenda di Volodia Vassilievic, poeta e attore (dietro il quale qualcuno ha intravisto Vladimir Vysockij, il bardo sovietico che cantava con la chitarra quel che non si poteva stampare). L’arte di Volodia finisce per disinnescare la violenza che circonda il tiranno. Il sospetto, insinuante, è che a uccidere un dio laico possano essere state le parole di un poeta. Resta un mistero: le ripercussioni di questa vicenda porteranno, anni dopo, a un omicidio tanto bizzarro quanto inspiegabile nel quale è coinvolto proprio Volodia. Un atto di follia? Non si direbbe. L’odio segue vie imperscrutabili agli stessi uomini che lo provano. Le Venti giornate di Torino è un romanzo che lascia il lettore senza parole e con un senso di inquietudine.

Con La morte segreta di Josfif Giugasvili, l’autore ha fatto le prove generali. I colpi di scena sono meno sconvolgenti. Questo libro lavora in modo sottile: bisogna arrivare in fondo per capire che qualcosa non torna. E rimanere sconcertati, come minimo.

Bisogna ricordare chi scriveva queste pagine, e quando. Nel giugno del 1976 il Pci superava il 34 per cento. De Maria era un uomo della sinistra torinese: critico teatrale dell’Unità dal 1958 al 1965, fondatore dei Cantacronache con Italo Calvino, Sergio Liberovici, Emilio Jona e Michele Straniero, autore dei testi più cattivi e sarcastici del gruppo. Un intellettuale organico, si direbbe, se non fosse che di organico non aveva nulla. Mentre i colleghi scrivevano romanzi impegnati o scavavano nell’introspezione, lui raccontava la fine di Stalin come un mistero sul rapporto tra immaginazione e potere, e l’anno dopo avrebbe raccontato Torino invasa da forze senza nome. Nessuno se ne accorse. È un libro atipico oggi, figuriamoci nel 1977. Vale anche per il romanzo su Stalin, che delle Venti giornate è il fratello minore e più (indirettamente) politico. Non si tratta certo di una disquisizione su comunismo e anticomunismo. De Maria ci parla dei modi in cui si può esercitare il potere sulle altre persone e mette in scena Stalin, uno che degli abusi di potere aveva fatto una regola e nel libro anche uno stile di vita.

Ora la parola «maledetto». Il Novecento italiano ne ha consumati parecchi, spesso a sproposito: un’etichetta da quarta di copertina, una posa da caffè. Anche i casi autentici hanno avuto il loro risarcimento. Dino Campana finì in manicomio, ma i Canti orfici entrarono presto nel canone. Guido Morselli fu respinto da tutti gli editori, ma dopo il suicidio arrivò la gloria. De Maria non ebbe né l’una né l’altra cosa. Dopo il 1977 smise di pubblicare e sopravvisse ai propri libri per trentadue anni. Un silenzio lungo quanto una seconda vita.

Sua figlia Corallina ce

lo raccontò al telefono, con pudore. Il padre avrebbe voluto fare il pianista, ma un crampo alla mano, forse di origine psicosomatica, glielo impedì; ripiegò sulla scrittura e sul teatro, fece l’impiegato alla Fiat e il professore d’italiano. Era stato amico di Elémire Zolla, e si allontanarono quando De Maria proclamò il suo ateismo e il suo comunismo.

Negli anni del silenzio arrivò il rovesciamento: da ateo mangiapreti qual era, divenne fervido credente, una vera conversione. Insieme alla fede vennero le crisi: un’analisi lunghissima, l’alcol e i farmaci, la paura costante di impazzire. Morì nel 2009, in povertà.

Qui sta il punto. In De Maria la maledizione non è un attributo romantico, è la trama dei libri che diventa la trama della vita. Il narratore delle Venti giornate indaga su una follia collettiva e ne viene inghiottito; l’autore ha seguito la stessa strada. E il titolo del 1976 suona oggi come un autoritratto involontario: anche la sua fu una morte segreta, consumata da vivo, lontano da un mondo letterario che non lo aveva mai davvero guardato.

Per tirarlo fuori ci voleva un australiano. Ramon Glazov chiese a un amico torinese un libro sulla città, e l’amico, invece di una guida, gli mise in mano De Maria. Glazov tradusse The Twenty Days of Turin, l’editore Norton lo pubblicò nel 2017, la critica americana lo mise tra i migliori romanzi tradotti, e solo allora l’Italia si accorse di averlo avuto in casa.

In un’intervista del 1978 De Maria sosteneva che il fantastico, per quanto possa sembrare paradossale, fosse la forma più adatta a raccontare una realtà complessa come la nostra. Il secolo delle ideologie gli ha dato ragione. Il Cremlino nascose per ore l’agonia del suo dio, Torino volle dimenticare le sue venti giornate. L’Italia letteraria ha fatto lo stesso con il loro autore. Adesso può rimediare, un libro alla volta.

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