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Letteratura

Dobbiamo cercare quel bene che ci rende liberi

In tempi di controllo invasivo, si ripropone la domanda antica sul significato profondo della scelta e della possibilità di pensare da soli

Iconico «Il Viandante sul mare di nebbia» è un dipinto a olio su tela del pittore tedesco Caspar David Friedrich, realizzato nel 1818

In tempi di sempre più diffusa digitalizzazione, quando perfino pagare un caffè lascia una traccia, si è portati a chiedersi se ancora sussista qualche spazio di libertà. Uno spazio in cui avvertirsi al riparo dal controllo e dai condizionamenti. Se siamo condizionati, infatti, come possiamo dirci liberi? In realtà, liberi non vuol dire esenti da ogni vincolo. Vincolati a qualcosa o a qualcuno lo saremo sempre. Ma i vincoli non sono tutti uguali: alcuni soffocano la libertà, altri ne rendono possibile l’esercizio. Una sorveglianza invasiva e un legame volutamente scelto non hanno lo stesso significato. La domanda, allora, è quali vincoli ci rendano più padroni delle nostre azioni e quali ci rendano dipendenti.

Beethoven e Michelangelo hanno creato capolavori come la Quinta sinfonia e il Mosè in maniera che non possiamo non definire libera. Eppure lo hanno fatto entro condizioni ben definite: 7 note per il primo, un blocco di marmo per il secondo. La loro libertà si è espressa attraverso quelle condizioni. Lo stesso accade nella quotidianità. Se vogliamo scegliere quale automobile comprare, la quantità dei modelli disponibili non basta a renderci liberi: occorre sapere che cosa cerchiamo e perché. Senza un criterio, l’abbondanza delle possibilità può lasciarci in balìa del caso o della suggestione del momento.

Eppure, qualcosa continua a non tornare. Perché la nostra intuizione della libertà sembra rifiutare ogni limite. Il Viandante sul mare di nebbia (1818) di Caspar David Friedrich offre un’immagine suggestiva di questa aspirazione: un uomo di spalle, sulla vetta di una roccia, davanti a un paesaggio che sembra aprirsi all’infinito. Possiamo leggervi il desiderio di andare oltre ciò che ci circonda e ci trattiene, verso qualcosa di autenticamente grande e senza confini.

Volere qualcosa di grande, tuttavia, non basta ancora a renderci liberi. Anche il potere può essere desiderato senza limiti, fino a renderci schiavi dell’ansia di prevalere. Occorre allora domandarsi quale grandezza si sposi con la libertà. È qui che si apre la questione del bene: ciò che realizza la persona, ne fa maturare le capacità e la apre alla verità e agli altri. Dire la verità quando costa, mantenere una promessa, prendersi cura di qualcuno: sono legami esigenti, nei quali diventare più pienamente sé stessi.

Agostino di Ippona, nella Città di Dio (V sec.), riconosce la presenza della volontà nelle diverse inclinazioni dell’animo (XIV, 6). Ciò che desideriamo e amiamo orienta la nostra vita. Del resto, non ci conosciamo una volta per tutte. Tommaso d’Aquino, nelle Questioni sulla verità (XIII sec.), spiega che l’anima giunge a conoscersi attraverso i propri atti (q. 10, a. 8). Ci scopriamo nelle circostanze: comprendiamo quanto siamo coraggiosi, generosi o timorosi osservando come reagiamo nelle singole situazioni. Attraverso le nostre scelte scopriamo chi siamo e decidiamo chi diventare.

Il legame con il bene e la libertà riguarda proprio questo cammino di realizzazione. Ci sottrae alla dipendenza da interessi, paure e passioni che pretendono di decidere al nostro posto. Pensiamo alla libertà di chi riesce a superare un’antipatiapersonale per riconoscere il valore di un altro, oppure rinuncia a un vantaggio perché ottenuto ingiustamente. Può costare fatica, ma restituisce a chi lo sceglie il governo delle proprie azioni.

È quello che Nathaniel Hawthorne descrive come un’esperienza di liberazione nella Lettera scarlatta (1850). Il reverendo Dimmesdale rivela, dopo anni di segretezza, il proprio legame con Hester e la paternità di Pearl. Macchia così la propria reputazione e riconosce pubblicamente la responsabilità che aveva nascosto. La confessione spezza il dominio del segreto e dei ricatti del marito di Hester sulla sua vita. Il passato rimane, ma cambia il modo di farsene carico.

Il senso comune richiama questo tipo di esperienze con l’espressione «agire secondo coscienza». La coscienza è il giudizio con cui distinguiamo il bene dal male nelle situazioni concrete. Ma può sbagliare: la sincerità della convinzione non garantisce, da sola, la bontà dell’azione. Per questo la coscienza va educata, interrogata, messa alla prova nel confronto con la realtà e con gli altri. Cercare il bene significa anche accettare di essere corretti circa le nostre certezze. Si può scoprire di aver commesso un errore pur avendo creduto di agire secondo coscienza. Aver cercato sinceramente il bene non cancella il danno e non autorizza a considerarsi scusati. Chiede invece di riconoscere l’errore, domandare perdono e riparare, per quanto possibile. Anche questa è libertà: poter cambiare strada senza rimanere prigionieri dell’autogiustificazione.

Il bene ci rende liberi perché ci permette di sottrarci a ciò che ci domina e di assumere la responsabilità di ciò che facciamo. È un legame che ci impegna e ci fa crescere. Quale libertà più grande di poter riconoscere il vero, scegliere il bene e ricominciare quando abbiamo sbagliato?