«Non punto a una filologia attenuata, ma a una filologia mirata»: così mette in chiaro il suo metodo di lavoro Pietro Gibellini, direttore dell’Edizione nazionale delle opere di Gabriele d’Annunzio, che ha insegnato in diversi Atenei, da Pavia a Venezia passando anche per Ginevra, l’Aquila e Trieste. Lo scrive in un volume, San Francesco poeta (Ronzani Editore, pagg. 168, euro 15) in omaggio puntuale agli otto secoli che ci separano dalla morte del Poverello di Assisi.
Una puntualità che da una parte fa tesoro di studi già pubblicati a testimonianza di un interesse non occasionale per il Cantico delle creature, primo salmo in lingua volgare e primo documento della letteratura italiana; dall’altra propone scritti inediti con ulteriori affondi filologici («Restauri di minuzie e proposta di metodo», un titolo che è un avvertimento per gli studiosi), allargamenti alla visione antropologica e sociale con un viaggio nell’immaginario femminile come emerge nelle «creature», sorelle e madri, del Cantico, sino al ritratto di Francesco tramite l’elogio di San Tommaso nel Paradiso dantesco. Naturalmente, considerati gli studi e gli interessi di Gibellini, troverete anche D’Annunzio, in chiusura, in gita ad Assisi con Eleonora Duse, prima della composizione della celeberrima Sera fiesolana con il ricalco della lode («Laudata sii») che ne fa eco del Cantico francescano.
Soprattutto il volume offre una trascrizione del Cantico «per ugola e per orecchio», in considerazione del fatto che il famoso testo composto dal santo (e poeta) nell’ultimo scorcio della sua vita, colpito dalla cecità, era destinato alla voce e al canto. Purtroppo nel codice 338 della Biblioteca di Assisi che offre il testimone più antico e autorevole del testo, la notazione musicale non è stata apposta negli spazi vuoti che la prevedevano. Insomma, siamo di fronte a un canto senza musica.
Cosa cambia nella proposta di Gibellini rispetto alla versione più conservativa (vicina al codice 338) stabilita da Gianfranco Contini nel 1960? Una forma più aderente alla pronuncia del tempo, ottenuta dalla rimozione di latinismi grafici, sia quelli sicuri, sia quelli probabili, e dei volgarismi umbri attribuibili al copista, «uno scrivano in saio che aveva negli occhi e negli orecchi l’uno e l’altro idioma». La maggiore comprensibilità del testo così ottenuta per il lettore (e ascoltatore) attuale «non è, in questo caso, che un gradito sottoprodotto» di quella «filologia mirata», più che «attenuata», citata in premessa.
