«L’integrazione avviene tra integrabili». Giovanni Sartori lo scriveva nel 2000, in Pluralismo, multiculturalismo e estranei, e aggiungeva che dare la cittadinanza a chiunque produce disintegrazione. Il politologo fu trattato come un appestato. Sabato, tra piazza Duomo e piazza Castello, a Milano, la sua profezia ha preso la forma di un sanpietrino. Molti, tra i ragazzi in corteo, sono nati qui e sono la cosiddetta «seconda generazione» di immigrati. Hanno fatto le nostre scuole e hanno un passaporto italiano, eppure gridavano «tout le monde déteste la police» come nelle banlieue. Non si sentono stranieri, ma nemmeno italiani: sono il prodotto del multiculturalismo, che Sartori definiva antipluralistico perché fa prevalere la separazione sull’integrazione. Comunità che vivono una accanto all’altra ignorandosi, e uno Stato che invece di chiedere lealtà alle regole comuni distribuisce riconoscimenti e scuse. Eppure la strada era tracciata. Nel 2017 la Cassazione, sul caso dei coltelli rituali indossati dai Sikh, scrisse che per chi arriva è essenziale conformare i propri valori a quelli occidentali, e che la società multietnica non può ridursi a un arcipelago di culture in conflitto. Era Sartori messo a sentenza: la legge è uguale per tutti, e chi la pretende su misura si chiama fuori da solo. Nessuno ne ha tratto le conseguenze, men che meno a scuola, dove si insegna il rispetto di ogni identità tranne la nostra. Il socialismo umanitario ora spiega tutto con il carovita. Se è questione di benzina, basta un bonus. Ma la benzina costa uguale anche a chi è rimasto a casa. Quel che manca non è il denaro, è un sentire comune. Sartori fu chiamato razzista. Adesso che le vetrine sono a terra, qualcuno avrà almeno la decenza di leggerlo.
