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Letteratura

La Francia inventa il premio per i romanzi scritti con l’IA. Non saranno capolavori, ma nemmeno quelli dello Strega. Almeno ChatGPT non si crede Proust

In Francia nasce il Prix Pascal, il primo premio letterario dedicato ai romanzi scritti con l’intelligenza artificiale. Tra algoritmi, prompt e giurie umane, l’occasione per una riflessione ironica e pungente sui grandi premi letterari, sugli scrittori contemporanei e su una narrativa sempre più standardizzata

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Ci risiamo. Pensavo di averle viste tutte sui premi letterari (e ne ho scritte talmente tante contro lo Strega e il Campiello e zombi della domenica che ormai dovrebbero darmi un premio alla carriera, purché non me lo diano, e in realtà uno me l’hanno già dato, a metà carriera, come fossi già morto, andai solo per prendere i soldi e tanti saluti), invece dalla Francia arriva finalmente una buona notizia: è nato il Prix Pascal de Littérature IA, destinato a premiare un romanzo scritto con l’intelligenza artificiale. Anzi, co-scritto: ci vuole ancora un essere umano, purtroppo (almeno stavolta deve dichiarare di aver usato una macchina).

Il premio porta il nome di Blaise Pascal, che oltre alle Pensées inventò la Pascalina, una macchina per calcolare, e quindi aveva già capito tutto ben prima che arrivassero gli scrittori con un account ChatGPT (se le persone quando muoiono, come disse Flaubert di Emma Bovary, “elle n’existait plus”, non esistono più, anche Pascal si rivolterebbe nella tomba, o forse no, e tra poco vi dico perché). Le candidature sono aperte dal 20 ottobre e si chiudono il 30 novembre: opere in francese, autori di qualsiasi nazionalità, un manoscritto di circa trecentomila caratteri, una “graine”, il seme dell’idea (a questo punto diamo anche un premio a Rocco Siffredi che di seme ne ha speso tanto), e soprattutto un dossier tecnico con i modelli, i prompt (premiamo i prompt!) e i metodi utilizzati, e dopodiché i dieci finalisti, una giuria (umana, perché? Fate le cose fino in fondo allora) e un vincitore che otterrà la pubblicazione. Insomma il solito premio letterario, con la differenza che stavolta si controlla come è stato scritto il libro anziché quanti amici abbia l’autore tra i giurati, che nel caso dello

C’è perfino una clausola deliziosa, una vera chicca, da sdilinquirsi, da far prendere un infarto a Harold Bloom se fosse ancora vivo: l’opera dovrebbe essere utile, o almeno aiutare a riflettere sulle sfide ecologiche, sociali e etiche dell’umanità

(ormai anche i Nobel per la letteratura li danno così, per ragioni etiche, tant’è che ogni volta che danno il Nobel a uno scrittore tutti dicono “e questo chi è?”). Neppure l’intelligenza artificiale è libera di scrivere quel cazzo che vuole, deve fare il romanzo impegnato (e immagino il povero algoritmo costretto a produrre un altro dramma sulle periferie, l’identità e il cambiamento climatico, possibilmente con un finale di speranza, consolatorio, perché tutto deve essere consolatorio nella narrativa, e infatti anche gli esseri umani, per vincere un premio, fanno più o meno così, con la differenza che si credono originali).

Io sono anni che sostengo che lo Strega, il Campiello e compagnia premiano perlopiù narrativa media, scritta in una lingua standard, perfettamente intercambiabile, quello che Dwight Macdonald e in seguito tutta la semiotica definì Midcult, narrativa media spacciata per alta letteratura. Tuttavia quando sento gridare allo scandalo perché un romanzo è stato scritto con l’AI mi viene da chiedere: ma l’avete letta la narrativa premiata prima che esistesse l’AI? Non hanno mai dato un Nobel a Pynchon o DeLillo o al sublime Bernhard (il quale diceva: “ricevere un premio è come farsi cagare in testa”).

Che poi non sto dicendo che ChatGPT possa scrivere Proust, Beckett, Musil, Flaubert, Wallace, o me, non scherziamo. Neppure i vincitori dei nostri premi, però e i capolavori non si fanno mettendo insieme parole statisticamente probabili, e tantomeno con un ragionamento (che nelle AI c’è), che tuttavia non sarà mai espresso come lo esprimeresti tu se fossi uno scrittore. Mentre per fare la narrativa media non occorre più neppure uno scrittore medio. Anzi, non escludo che un romanzo scritto dall’AI possa essere perfino migliore di quelli premiati, quantomeno ci risparmia le ambizioni letterarie dell’autore, le sue interviste, le sue fotografie pensose, le presentazioni (su questo non sono sicuro, l’ideatore dei prompt vorrà presentare il suo romanzo scritto con i suoi prompt) e soprattutto la sua

convinzione di aver scritto un capolavoro (idem). La pia (molto pia) illusione: saltare il processo di scrittura, l’esperienza, il tormentarsi su ogni singola frase, su ogni singola struttura grammaticale, viverla per scrivere un romanzo che sia letteratura, e credere di poter sfornare la Recherche, siccome puoi anche riprodurre uno stile (non ci siamo ancora con la letteratura vera, siamo anzi molto lontani), ma non i pensieri, il tormento, e ogni singola scelta che l’autore fa frase dopo frase, quando l’autore è uno scrittore vero e non uno che vuole saltare i passaggi per arrivare a un output e ricevere un premio.

Quindi ben venga il Prix Pascal, e però, ahimè, peccato che già che ci siamo non facciamo il passo successivo: abolire gli scrittori dalle premiazioni, risparmiamoci i discorsi di ringraziamento, i salamelecchi agli editori e soprattutto le fotografie con il libro in mano. Anzi, perché fermarsi alla Francia? Il prossimo Nobel per la Letteratura lo darei direttamente a ChatGPT o a Claude, almeno nessuno si chiede “e questo chi cavolo è?”, li conoscono tutti, applausi, fine, la letteratura vera resterà sempre per pochi, che se la scrivono da soli perché sono scrittori.

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