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Letteratura

L’asino che non voleva entrare in Biennale

Un giovane cronista, un’alba a Venezia e tutti i giganti dell’arte contemporanea seduti allo stesso tavolo. «Come un cavallo appeso al soffitto» (Mondadori) è una storia verosimile, cioè falsa nei fatti e vera in tutto il resto

macioce libro

Sono le sei del mattino a piazzale Roma e c’è un asino che non vuole scendere dal camion. Non si muove. Ha deciso così. Maurizio Cattelan è lì in pantaloncini, maglietta blu e scarpe bianche, con il telefono in mano e la faccia di chi ha perso un round ai punti. Lo tira, gli parla, lo prega. Niente. L’asino guarda Venezia e Venezia guarda l’asino, e nessuno dei due sembra particolarmente impressionato dall’altro.

Il libro comincia così, e conviene fidarsi: è uno di quegli incipit che ti dicono subito dove sei. Sei dentro il circo, quello dell’arte contemporanea, ma visto dal punto in cui il tendone si strappa.

Nicolas Ballario l’arte contemporanea la frequenta per mestiere, quindi sa dove si nascondono i trucchi. Come un cavallo appeso al soffitto (Mondadori, collana Gaia) si definisce in copertina «una storia verosimile dell’arte contemporanea». Verosimile è la parola giusta. Non vera, non inventata. Come certi racconti che si fanno a cena dopo il terzo bicchiere, quando nessuno ha più voglia di verificare e tutti hanno voglia di credere.

Il narratore è un ragazzo di provincia. Scrive per una rivista d’arte piccola e un po’ squattrinata, «Controcampo», finanziata da un tale che nella vita fa la birra, quella da supermercato. Dorme in una doppia a Mestre, con le coperte arancioni e una frase di Vasco Rossi adesiva sopra il letto, staccata a metà. Da ragazzo sfogliava i cataloghi delle mostre come fossero atlanti stellari. Adesso è a Venezia, alla vigilia della Biennale, e ha in tasca un badge mezzo strappato e una sola qualità: sa farsi accettare dalle persone.

Da lì succede di tutto, e lo dico senza esagerare. A sbloccare l’asino è Maria Lai, che arriva da Ulassai e spiega che gli asini vanno lasciati in pace, perché sentono l’ansia come i bambini. Poi un veneziano con il cappello stinto gli grida «Su, Sindaco!», e l’animale, investito della carica, sale sulla chiatta. Yoko Ono infila in tasca al protagonista un biglietto con una sola parola: «Respira». Gilbert & George sembrano usciti da una fabbrica di gentiluomini inglesi riaperta solo per loro. A una cena impossibile Rothko e Antonioni si dicono a voce quello che nella realtà si sono scritti per lettera. Al Bar Luce, quello di Wes Anderson, Patti Smith, Mapplethorpe e Loredana Bertè siedono allo stesso tavolo, Madonna rivendica un giubbotto mai restituito e Basquiat arriva a spaccare tutto. Nel padiglione tedesco c’è Beuys avvolto nel feltro con il suo coyote. Il mondo gonfiabile di David Byrne continua a crescere finché non c’è più spazio per niente.

Ballario ci mette dentro una quantità di storia dell’arte da manuale. Le biografie arrivano in piccoli blocchi, come schede a margine: Maria Lai figlia di un veterinario, Louise Bourgeois nata il giorno di Natale da un padre che voleva un maschio, Yayoi Kusama costretta da bambina a pedinare il padre infedele. È la parte didattica del libro, e qualcuno la troverà ingombrante. Io no, o non sempre. Funziona come il coro nella tragedia: ti ricorda che quei mostri sacri erano prima di tutto persone ferite.

Ma il cuore del romanzo è un altro, ed è satira. Satira di un sistema. Il protagonista apre di nascosto una pagina Instagram, «Cucù», «il magazine sull’arte che ti sorprende con regolarità». Pubblica un video rubato: una ricca signora inglese che scivola nel buco nero di Anish Kapoor, il marito che non sa se tenderle la mano o proteggere il patrimonio. In poche ore lo rilanciano tutti i giornali e i follower diventano centomila. Lo scandalo diventa contenuto. L’arte che si definiva trasgressiva scopre all’improvviso una morale «quasi cattolica», perché nel mondo dell’arte, scrive Ballario, la trasgressione piace solo quando è già stata autorizzata, storicizzata e accompagnata da un testo curatoriale.

C’è una frase che vale il libro, e che Ballario prende in prestito da Mourinho, che a sua volta la prendeva dal filosofo Manuel Sérgio: «Chi sa solo di calcio non sa niente di calcio». Basta cambiare il soggetto. Chi sa solo d’arte non sa niente d’arte. I curatori che conoscono ogni galleria e ogni Leone d’oro, che chiamano per nome artisti mai visti, vivono in una bolla e parlano tra loro. Il pubblico, dice il narratore con un’iperbole che fa male, nell’arte contemporanea non esiste: è una favola dei comunicati stampa. È una critica che non viene da fuori, dal solito borghese che davanti a un taglio di Fontana dice «potevo farlo anch’io». Viene da dentro, da uno che quel mondo lo ama abbastanza da non sopportarne le pose.

Poi c’è il trucco finale, che non vi racconto. Dico solo che quel «verosimile» in copertina non è una formula di prudenza ma una chiave, e che l’ultimo capitolo cambia di segno tutto quello che avete letto. La parola giusta è «viaggio», nel senso che aveva negli anni Settanta.

E qui torna l’asino. Ballario lo aveva lasciato all’inizio e lo riprende alla fine, sotto un enorme lampadario di cristallo, come Cattelan lo mise davvero in una galleria di New York. Il titolo invece fa pensare all’altro animale di Cattelan, il cavallo impagliato appeso al soffitto: la gloria sospesa a mezz’aria, magnifica e morta. L’asino è il contrario. Lo usiamo come insulto e sbagliamo, perché l’asino è solo prudente: se il terreno non regge si ferma, aspetta, osserva. Non si lascia impressionare dai collezionisti, dai lampadari o dai comunicati stampa. Ha memoria lunga e passo lento.

Alla fine il protagonista capisce che i giganti che ha incontrato erano fatti così. Non cavalli da parata, ma «asini travestiti da cavalli». Portavano sulle spalle premi, cataloghi, interviste e leggende, e camminavano con la paura che il pavimento cedesse da un momento all’altro. Nessuno si sentiva all’altezza del proprio mito.

È una morale piccola e per questo vera. Ricorda quello che Ortega y Gasset diceva dell’uomo massa: tutto è nel sentirsi uguale agli altri e rallegrarsene. L’asino invece si ferma sulla passerella e dice di no. Non per stupidità, ma perché vuole capire se il ponte lo regge. Forse è questo l’unico modo serio di attraversare una Biennale. E forse, a pensarci bene, anche il resto.

Nei ringraziamenti Ballario lo chiama «un romanzetto». Non prendetelo in parola. È falsa modestia, la stessa dell’asino.

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