Arriva in libreria oggi per Mondadori Il disordine del tempo (pagg. 648, euro 24) di Audrey Niffenegger. Il romanzo, di cui proponiamo un brano in anteprima per gentile concessione dell’editore, è il seguito del bestseller La moglie dell’uomo che viaggiava nel tempo. La protagonista Alba De Tamble è una viaggiatrice del tempo: a causa di una rara anomalia genetica scivola attraverso i decenni, come suo padre Henry. Ma ciò che davvero la tormenta è l’amore, per due persone diverse...
Zach aspetta che vada avanti. Quando capisce che non aggiungerò altro, mi chiede: «Che cosa è successo a tuo padre?».
Non ho nessuna voglia di parlarne.«Gli hanno sparato. La notte di Capodanno. Il 31 dicembre del 2006.Credo fosse appena passata la mezzanotte».
Mi sembra di rivederlo, mio padre, sul tappeto del salotto, gli invitati in piedi intorno a noi che guardano il sangue, tanto sangue; ricordo che quella mattina mia madre mi mise nella vasca da bagno e l’acqua si tinse di rosa, avevo il suo sangue persino nei capelli...
«Accidenti. Mi dispiace» dice Zach con un filo di voce. Sembra a disagio. Mi chiedo cosa stia immaginando. Un’aggressione? Una sparatoria da un’auto in corsa? «Che tipo era?»
«Era... gentile. Lavorava come bibliotecario alla Newberry. Gli piaceva cucinare. Abbiamo conservato tutti i suoi libri. Piano piano li sto leggendo. Ci scriveva delle note a margine, e così mi sembra che mi tenga compagnia mentre leggo. Amava il punk rock e la poesia. Traduceva poesie per tenersi in esercizio. Usava come segnalibri i biglietti dell’autobus. Quando ne trovo uno, cercodi immaginare dove fosse andato quel giorno. Per lo più andava e tornava dal lavoro, era un tipo piuttosto abitudinario e casalingo».
Mi vengono le lacrime agli occhi e smetto di parlare, a disagio. Zach mi porge la mano e io la stringo. «Ti manca». «Sì. Il dolore è strano; pensi di stare bene e poi ti assale all’improvviso». Mi offre il suo fazzoletto, ma scuoto la testa; non voglio sporcarlo con il mascara. Trattengo le lacrime. «So come ci si sente, più o meno» dice. «Forse non avrei dovuto chiederti di parlarne». «Va bene» gli rispondo. «Non importa». «Quindi siete rimaste sole, tu e tua madre?». «Abbiamo un gruppo di amici che per noi sono come una famiglia; non siamo sole. A casa non ho mai sofferto la solitudine. Mia madre è una scultrice; crea enormi uccelli di carta. Ne faceva di piccoli per me, e anche tanti disegni.
Mi è sempre piaciuto posare per lei, stare insieme nel suo studio, avere il suo sguardo su di me per qualche ora». «Sei bella da guardare». Rido. «Non cominciare».
«Non cominciare cosa?». «A flirtare».
«Non posso farne a meno». Zach sorride. «Vuoi qualcos’altro da bere? O da mangiare? Hanno detto che c’era da mangiare, ma non ho visto niente». Di colpo sembra nervoso, e tamburella leggermente con le lunghe dita sulle ginocchia. «Sei rientrato nel ruolo del cameriere» dico. Si accorge che gli sto osservando le mani e smette di tamburellare.
«Qui dentro si sta bene» dice. «Vorrei che qualcuno ci portasse una pizza. Non ho voglia di andare da nessuna parte». «Allora non farlo» dico. Prendo il telefono e mando un messaggio a Nadia: Ci porti qualcosa da mangiare? Lei risponde: Cosa sono, la tua cameriera? Dove sei? Rispondo: Al piano di sopra. Aiuto. Cibo.
Lei risponde: Oh, smettila. Zach e io chiacchieriamo del più e del meno: dei recenti terremoti in Oklahoma, dell’inZ ach aspetta che vada avanti. Quando capisce che non aggiungerò altro, mi chiede: «Che cosa è successo a tuo padre?».
Non ho nessuna voglia di parlarne. «Gli hanno sparato. La notte di Capodanno. Il 31 dicembre del 2006. Credo fosse appena passata la mezzanotte».
Mi sembra di rivederlo, mio padre, sul tappeto del salotto, gli invitati in piedi intorno a noi che guardano il sangue, tanto sangue; ricordo che quella mattina mia madre mi mise nella vasca da bagno e l’acqua si tinse di rosa, avevo il suo sangue persino nei capelli...
«Accidenti. Mi dispiace» dice Zach con un filo di voce. Sembra a disagio. Mi chiedo cosa stia immaginando. Un’aggressione? Una sparatoria da un’auto in corsa? «Che tipo era?»
«Era... gentile. Lavorava come bibliotecario alla Newberry. Gli piaceva cucinare. Abbiamo conservato tutti i suoi libri. Piano piano li sto leggendo. Ci scriveva delle note a margine, e così mi sembra che mi tenga compagnia mentre leggo. Amava il punk rock e la poesia. Traduceva poesie per tenersi in esercizio. Usava come segnalibri i biglietti dell’autobus. Quando ne trovo uno, cerco di immaginare dove fosse andato quel giorno. Per lo più andava e tornava dal lavoro, era un tipo piuttosto abitudinario e casalingo».
Mi vengono le lacrime agli occhi e smetto verno insolitamente mite che stavamo vivendo a Chicago fino a questa improvvisa bufera di neve. Poi Nadia fa capolino dalla porta. «Servizio in camera». Entra barcollando con un vassoio pieno di panini e tre bicchierini di vodka. Zach le prende il vassoio dalle mani e Nadia gli passa accanto, poi si siede tra noi. «Stanno tutti ballando. Scendete e unitevi a noi».
Ascolto il trambusto al piano di sotto, riesco a distinguere il ritornello di Long Tall Sally. Zach mi offre il vassoio e io prendo un panino. È un piccolo sandwich con bacon, lattuga e pomodoro; lo finisco in quattro morsi. Non sapevo di aver fame.
Spazzoliamo via il resto dei panini mentre Nadia ci osserva limitandosi a bere uno degli shottini. Poi dice a Zach: «Ho sentito che hai pubblicato un racconto su Granta. Congratulazioni». Zach abbassa gli occhi timidamente, poi mi lancia un’occhiata, sembra contento. «Sì, grazie». «Junior mi ha detto che è fantastico». Nadia si gira verso di me. «Parla di botanici che viaggiano indietro nel tempo fino al diciannovesimo secolo e cercano di salvare tutti i semi, sai, per la biodiversità...». La sua espressione dice: Ma questo che problema ha?, e io scuoto leggermente la testa.
«Come fanno a salvare i semi?» chiedo a Zach. «Voglio dire, non possono portare niente con loro, e la maggior parte dei viaggiatori nel tempo non ha tutta quell’autonomia, cioè il diciannovesimo secolo risulterebbe un po’ lontano». «Be’, è steampunk, quindi non si tratta di un vero viaggio nel tempo. Hanno una macchina del tempo e si portano il loro laboratorio e hanno i vestiti giusti e tutto il resto» risponde. «Quindi salvano il mondo? Portano anche le api?» chiedo. «Oh, no, va tutto storto» risponde lui. «Gli scienziati muoiono di meningite prima di poter fare qualcosa di utile e un gruppo di contadini del diciannovesimo secolo ruba la macchina del tempo e finisce bloccato nella Parigi del dodicesimo».
© 2026 by Audrey Niffenegger © 2026 Mondadori Libri.
