Per tre voti Marcello Fois si è aggiudicato il Premio Campiello col romanzo L’immensa distrazione (Einaudi). Una serata nelle mani dello Struzzo, che ha fatto filotto con lo stesso Fois, il secondo classificato Alcide Pierantozzi - 80 voti per Lo sbilico - il premio alla carriera a Domenica Starnone e il premio Opera Prima a Nadeesha Uyangoda per Acqua sporca. Fois, classe 1960, nuorese, era il superfavorito dopo aver conquistato al primo turno la Giuria dei letterati. Vince con un romanzo letterario ed eterogeneo, in cui il protagonista 95enne, Ettore Manfredini, sul punto di morire rivive le sue scelte e quelle dei suoi eredi e rivela un inganno profondo ma necessario.
Che cosa ha conquistato i Trecento Lettori Anonimi?
«Ogni categoria di lettore, in rapporto al suo patrimonio, ha trovato nel libro una sua dimensione, in maniera polimorfa: chi sapeva di storia la trovava, chi voleva la trama forte la trovava e chi voleva lo stile o la discussione più letteraria trovava anche quelli. I cinque romanzi del Campiello quest’anno erano pericolosissimi, tutti belli e giusti. Cavazzoni: uno dei più straordinari resoconti di tenerezza scritti negli ultimi anni. Pierantozzi: stupefacente. Parrella: una delle nostre più grandi autrici della forma breve. Il romanzo della Varvello: un romanzone, che la gente se lo gusta. Ero sul chi vive».
Tre soli voti di distanza da Pierantozzi. Che vi siete detti a cena?
«Non abbiamo cenato insieme, ma non è strano per Alcide, anche se alcuni hanno subito pensato alle polemiche. La cosa più incredibile è che tre premi siano andati a Einaudi. Può capitare che un editore accumuli i libri migliori in un anno? L’anno scorso Einaudi nemmeno c’era, quindi era il suo anno. Ragionando con la vecchia logica, ho temuto che non avrei potuto vincere, e invece la giuria popolare decide quello che vuole. Bellissimo».
Da dove viene questo romanzo?
«Dal caso. Stavo scrivendo un libro completamente diverso e non funzionava comunque lo rimestassi. Ho parlato con la mia editor, Dalia Oggero e mi sono fermato. Poi un giorno, mentre facevo anticamera in un ambulatorio medico, ho letto in una rivista di un paziente morto durante una risonanza magnetica. Dalla morte cardiaca alla morte cerebrale uno spazio di 30/40 secondi di attività del cervello. In quei trenta secondi cosa divento? Un narratore onnisciente».
Ed è nata una storia che contrappone il macello, eredità di Ettore, alla letteratura, destino del nipote Elio.
«Uno degli strati del romanzo è la trama del giovane povero che diventa ricchissimo perché del macello fa una grande azienda di carne contemporanea. L’altro è quello metaforico: questo Novecento, ogni volta che sono stati vacanti gli intellettuali e si è depressa la letteratura, ha aperto le porte del macello e la guerra dilaga. Il terzo livello è che istruzione e lettura sono la soluzione; cittadini che decidono in maniera informata invece che analfabeti di ritorno, debilitati di linguaggio e senso critico».
Ha dedicato la vittoria a due donne, sarde.
«Complementari: Michela Murgia, a cui mi legava una questione affettiva, molto più che una collaborazione di lavoro. Eravamo come parenti, non sempre d’accordo, completamente diversi sotto molti aspetti. La seconda è Grazia Deledda, mia concittadina, di cui ricorre il centenario del Nobel nel dimenticatoio più totale: non è presente nemmeno nelle tracce di maturità. Sconcertante».
Lei è anche poeta: differenza di sguardo con il narratore?
«Pubblico una raccolta ogni otto anni, perché la poesia è un impegno che richiede uno stadio di concentrazione e centrifugazione: deve uscire roba distillata, quella giusta. Come narratore sono uno che progetta a lungo, ma scrive abbastanza velocemente. La poesia la ritocco, brigo, non mi accontenta mai: una specie di personal training della parola».
Il post Campiello sarà per Lei un’immensa distrazione o ricomincerà subito a scrivere?
«Avevo già iniziato a scrivere prima di questa partita, non cambierò niente della mia routine. Forse, da autore troppo d’élite diventerò meno d’élite, tutto qua».
