Nestor Camacho è un poliziotto di Miami, figlio di esuli cubani, con una fede ingenua nel distintivo. Un giorno, nella baia di Biscayne, salva un uomo appena fuggito dall’Avana. Lo salva, ma lo salva male: il fuggiasco è finito tra le mani della polizia prima di toccare terra, la legge americana prevede il rimpatrio, e Hialeah, la piccola Cuba della Florida, emette la sua sentenza. Nestor è un traditore. La famiglia lo rinnega, al bar gli servono il cafecito con disprezzo. Nestor ha rispettato la legge degli Stati Uniti e ha violato quella del sangue. Comincia così Le ragioni del sangue, l’ultimo romanzo di Tom Wolfe, accolto nel 2012 con sufficienza dalla critica. Wolfe aveva scelto Miami perché aveva trovato un mosaico di tribù (cubani, haitiani, neri americani, anglos in ritirata, oligarchi russi) ciascuna con il proprio codice. A Miami tutti odiano tutti. Il tema del romanzo è il fallimento della legge come lingua comune. Una comunità esiste finché i suoi membri riconoscono un’autorità superiore all’appartenenza. Quando quel riconoscimento viene meno, non resta il vuoto: resta il Paese d’origine, con le sue gerarchie e il suo codice d’onore. Il sangue torna a fare da tribunale. L’Europa ha letto il romanzo come una curiosità americana. Intanto nelle banlieue francesi e in qualche periferia italiana sono nati quartieri dove la polizia entra con cautela e i conflitti si regolano altrove, secondo usanze importate. La storia di Saman Abbas, uccisa dai familiari per aver rifiutato un matrimonio combinato, non è una pagina di Wolfe. È cronaca giudiziaria. Il multiculturalismo prometteva un’armonia di differenze e ha prodotto, spesso, una somma di separazioni. Wolfe lo aveva capito prima degli altri. Lo liquidarono come un vecchio reazionario in abito bianco. Era soltanto un buon cronista.
