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Letteratura

Videogiochi e cartoon: così il Giappone ci conquista

Dai Pokémon a “Assassin’s Creed Shadows”, il Sol Levante porta la sua cultura nelle nostre case

Assassin's Creed: Black Flag Resynced, un moderno e piratesco ritorno ai Caraibi

Non tutti abbiamo fatto un viaggio in Giappone... O forse sì. Perché tra tutti i tipi di soft power che una nazione può esercitare, quello attraverso i videogiochi e le serie animate è uno dei più pervasivi. E il Paese del Sol Levante, in questi due ambiti è una potenza assoluta. Così, pezzetti di cultura nipponica si sono infilati nella nostra, anche nei modi più impensabili creando contaminazioni incredibili. Per rendersene conto basta sfogliare Il Giappone attraverso i videogiochi (Luni, pagg. 234, euro 23) a firma di Rachele Gatti e Ivan Adami.

Si tratta di una lunga cavalcata attraverso una miriade di videogames che mettono sullo schermo secoli di cultura giapponese. Partiamo da un vero bestseller del genere videoludico, ovvero Assassin’s Creed Shadows, la «puntata» all’ombra del monte Fuji di questo open-world in terza persona amatissimo dal pubblico. Il pubblico semplicemente giocando entra in contatto con un bel pezzo di storia, ovvero il periodo Sengoku (1467-1603) in cui l’arcipelago si trasformò in un inferno di piccoli stati combattenti. I castelli dell’epoca sono mostrati con un realismo sorprendente, così come le caratteristiche degli Shinobi, le spie mercenarie che erroneamente in Occidente vengono chiamati Ninja (una questione di errata lettura dell’ideogramma), e c’è addirittura l’incredibile storia di un samurai di origine africana, Yasuke, che sembra pensata apposta per accalappiare un pubblico internazionale, e invece ha precise basi storiche.

Ma se questo è un esempio macroscopico, è nei videogiochi più di nicchia che il volume dà il meglio di sé, facendo conoscere al lettore alcuni videogiochi con cui si diventa giapponesi sino al midollo. È il caso di Densha Den Go!, un gioco dedicato agli onnipresenti e puntualissimi treni giapponesi. Sostanzialmente un simulatore ferroviario che vi consente di guidare i treni del Paese. Esistono anche console dedicate! Oppure c’è Animal Crossing. Il gioco gira tutto attorno a un concetto molto giapponese: «furusato». Significa il culto del luogo natale. Il gioco è tutto un ritorno alla campagna e alle attività dell’infanzia, compresa la pesca e la caccia agli insetti. È stato adattato al mercato occidentale ma il suo spirito è profondamente giapponese.

Un percorso a senso unico? No, anche la cultura ludica e videoludica occidentale ha permeato i giapponesi, famosi anche per essere molto bravi a «copiare». È successo per quanto riguarda i role play come Dungeons&Dragons che a Tokyo sono stati rielaborati e reinventati. Sono nati in questo modo centinaia di titoli diventando un vero e proprio genere: il Japan Roll Plaing: trame complesse e visual accattivanti che hanno creato successi come Dragon Quest o Final Fantasy. Ed è in quest’ambito che è nato il franchise che ha cambiato in maniera totale la cultura pop: ovvero Pokémon. Vi sembra poco giapponese? Spiegano gli autori: «È interessante notare come il modo in cui il Pokédex classifica i Pokémon richiama l’hakubustsugaku, la classificazione delle scienze naturali che veniva applicata appunto anche agli yokai». Non avete capito? Con parole più semplici la classificazione dei pokemon con cui giocano i nostri figli e nipoti deriva dritta dritta dalla modalità con cui la tradizione giapponese mette in ordine e gerarchizza i mostri mitologici, gli yokai appunto. E la classificazione delle creature che è alla base di tutto il gioco risponde alla caratteristica più profonda delle società orientali: «In una società - scrivono di nuovo gli autori del saggio - fortemente improntata sull’armonia collettiva, sull’ordine sociale e sul rispetto dei ruoli e delle gerarchie, classificare ogni cosa è un ottimo modo per far chiarezza e capire come relazionarsi con gli altri e col mondo».

Tutto in un gioco o in un video gioco? Sì: è la bellezza del soft power e il Giappone l’ha giocato a colpi di joystick.

E ora la Cina ne sta seguendo le tracce, magari in modo meno soft...

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