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Motori

15 anni senza Sic. “Ci vediamo in sogno ed è lì... che mi sorride”

Il 23 ottobre 2011 la drammatica caduta nel Gp di Sepang. Il cuore di Marco Simoncelli si ferma, e con lui tutta l’Italia. Parla Paolo Simoncelli

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Per il mondo della MotoGp e l’Italia tutta, il 23 ottobre 2011 rappresenta uno spartiacque. C’è un prima e un dopo e tutto non è più stato lo stesso. Ognuno di noi ricorda esattamente dove fosse quella domenica e il silenzio assordante che calò come un’ombra sulla pista di Sepang, in Malesia, quando alle 16,05 (le 10,05 in Italia) Marco Simoncelli incrociò il suo destino 4 minuti dopo la partenza della gara della Motogp. La mente torna a quei momenti. Una scivolata alla curva 11 del secondo giro come ne succedono tante nelle gare. Invece quella volta il corpo del Sic rimane sotto la moto, il piede incastrato nella pedana, il mezzo che prende una traiettoria insolita e riporta il pilota verso il centro della pista. Dietro, il gruppo. Bautista e Hayden riescono a scartarlo, Edwards e Rossi se lo ritrovano davanti senza poter far niente. Il doppio impatto è violento. Vola via il casco e il corpo resta esanime sull’asfalto. Papà Paolo, che come sempre era andato a vedere la gara a bordo pista, vede morire il figlio di 24 anni. Pilota generoso, dai ricci biondi e un sorriso sincero, il Sic ha lasciato un vuoto enorme. Pari solo alla cascata di amore e affetto che successivamente si è riversata attorno alla sua figura, tangibile nelle tante realtà nate in suo onore, dalla Fondazione al Team Sic 58 coraggiosamente ideato e gestito dal papà nel Mondiale Moto3.

Paolo, sono trascorsi 15 anni, ma l’affetto per Marco è intatto.

«È incredibile, difficile da spiegare cosa ha lasciato quel ragazzo. Camminando tra i negozi qui a Phillip Island si vedono ancora le foto e le bandiere con il 58, e la gente si ferma per salutarmi. Marco è rimasto nel cuore di tutti perché era speciale. Ha trasmesso qualcosa che va ben oltre i successi in pista: aveva carisma, determinazione, voglia di vivere, un grande sorriso, una cascata di riccioli e la genuinità di uno di famiglia. Quando è successo il dramma, la gente si è resa conto di quanto avesse perso. Ancora oggi, quando si parla di Marco, sono tutti d’accordo. Persino i politici quando litigano, basta nominare il Sic, e allora la conversazione prende un’altra piega».

Quella tragica domenica.

«Ho passato momenti molto difficili, ma oggi riesco a parlarne con serenità. Accettiamo la vita per quello che è venuto. Ogni tanto mi capita di sognare Marco la notte e, anche se al mattino ho solo dei lampi di ricordo, so che quando lo sogno lui sorride. E così anche io, al risveglio, sorrido pensandolo».

Come vive a distanza di anni?

«Questa è la vita, fortuna che abbiamo Martina (la sorella, ndr). Lavora con me nel team, cura l’hospitality. Il team è stata la scelta giusta: ci ha aiutato tantissimo a pensare meno. Il fatto di essere impegnati è stata una cosa importantissima; non solo, volevo insegnare ai miei ragazzi il valore della genuina sportività, della solidale stretta di mano, dell’abbraccio come perdono dopo una caduta. Noi romagnoli, terra di motori, siamo qui per crescere piloti nel valore più puro dello sport».

Ci sono dei piloti di oggi in cui rivede qualche caratteristica del Sic?

«Per me c’è Marquez e poi Acosta. Sono dei guerrieri veri. Hanno lo stesso modo di correre, di pensare, non rinunciare mai e soprattutto dare sempre il massimo. Questo contraddistingueva Marco».

Marquez divide.

«È divisivo perché la gente non capisce e tanti sono legati all’episodio con Valentino. Gli sportivi veri vedono quando uno va forte e mettono da parte la politica».

E Acosta?

«Pedro sarà un grande dei prossimi anni».

Chi è il favorito per il titolo?

«Il mondiale sarà duro per tutti e tre. Bezzecchi lo vedo un po’ escluso perché è a -46 punti, però da una parte spero che vinca. Sarebbe giusto rispetto a Martin perché ha sviluppato lui l’Aprilia. Il Bez è fortissimo ma ha fatto troppi errori quest’anno».

E tra Marquez e Martin?

«Sono fortissimi entrambi. Gli episodi decideranno tutto. La fortuna fa la differenza nello sport: c’è chi nasce con la camicia e chi deve lottare per guadagnarsi tutto».

Un personaggio come Marco si sarebbe potuto esprimere così liberamente nella MotoGP di oggi?

«Penso di sì, perché la forza del personaggio prevale sempre e fa comodo anche a chi mette le regole».

In Italia c’è un forte calo di interesse verso il motociclismo. Ci vuole il pilota capace di far innamorare la gente. Un carismatico come Sinner nel tennis.

«Mancano il Sic e Valentino (sorride). Ci vuole un personaggio. Il carisma o ce l’hai o non ce l’hai, non è una cosa che compri vincendo le gare: è qualcosa che hai dentro e che trasmetti quando parli».