Kimi Antonelli è bravo, bravissimo. È uno di quei campioni destinati ad andare oltre il proprio sport, entrando nel cuore anche di chi non ha mai amato la Formula 1. Ormai non passa gara senza che Sky non faccia registrare un nuovo primato di audience. Sembra che ad aspettare il Mondiale con lui ci sia l’Italia intera, che attende l’erede di Ascari da 73 anni. Ma Kimi è diventato quello che è anche grazie a chi gli sta attorno, alla famiglia e alla Mercedes. Se a 11 anni fosse finito nell’Academy ferrarista, probabilmente sarebbe una splendida incompiuta come Charles Leclerc che non ha la macchina vincente, è vero, ma che ha ancora un tasso d’errore superiore a quello di un avversario che ha corso 147 gran premi in meno (189 contro 42). Quando Toto Wolff dice «Quello che stiamo vedendo ora è il risultato di nove anni di lavoro con gli investimenti che abbiamo fatto per farlo crescere», racconta come è stato costruito un campione.
Dietro Antonelli ci sono il suo talento, la sua velocità, la sua intelligenza e il suo carattere, ma c’è anche il lavoro enorme fatto da un team che oggi ha a disposizione mille strumenti per trasformare un ragazzino di talento in un campione. Ogni suo giro in pista viene monitorato, ogni sua reazione al volante viene registrata. Per i suoi ingegneri, Kimi non ha segreti: possono lavorare per correggere i suoi punti deboli ed esaltare ulteriormente i suoi punti di forza. Così come è stata monitorata la sua crescita personale, il suo rapporto con la scuola, con la famiglia, con la realtà che lo circondava e dalla quale non si è mai fatto sopraffare.
Su Kimi è stato fatto un lavoro incredibile anche perché il materiale iniziale era di qualità eccelsa. Provate a creare un capolavoro partendo da una roccia calcarea o da un blocco di marmo di Carrara. Ma se sulla sua strada non avesse incontrato Toto Wolff oggi Kimi molto probabilmente non sarebbe quel fenomeno che il mondo ci sta invidiando. Papà Marco racconta sempre che con le proprie disponibilità finanziarie non avrebbe potuto disegnare in questo modo la sua carriera. Invece la Mercedes lo ha messo nelle migliori squadre di kart, poi lo ha fatto salire di categoria dalla Formula 4 alla Formula Regional fino alla Formula 2. Una crescita continua con difficoltà crescenti come i cavalli da domare. E quando ci si è resi conto che il ragazzo era più avanti del programma, gli si faceva saltare qualche passaggio. Così è passato direttamente dalla Formula Regional alla Formula 2, saltando la Formula 3 e da una stagione non troppo brillante in Formula 2 è approdato direttamente sulla Mercedes di Formula 1, senza passare dalla Williams come si era invece preferito fare ai tempi di Russell.
Quando Kimi è stato promosso in Formula 1 il rischio era calcolato ed era ampiamente prevista una stagione di ambientamento e di apprendistato. Per questo quando l’anno scorso è andato in crisi, Toto lo ha difeso a spada tratta. E oggi può godersi il risultato più che mai. Perché un conto era vincere con Hamilton, un altro è farlo con un ragazzo preso in casa quando era ancora un bambino. Una soddisfazione che potrà superare solo se un giorno a diventare campione sarà suo figlio Jack.
