Una sigla spuntata dal nulla, una rete di attivisti politici, il richiamo alle rivolte europee e una mobilitazione nazionale culminata negli scontri di piazza Duomo. Dietro c’è “Italia in Piazza”, una rete che Il Giornale ha scovato, che vanta collegamenti ben precisi. E che raccontano una storia diversa da quella di una protesta spontanea.
Dietro le violenze che hanno sconvolto il centro di Milano c’è una strategia che è stata collaudata in un lasso di tempo fulmineo. È una rete di movimenti e attivisti che, nelle settimane precedenti, ha lavorato per portare migliaia di giovani nelle piazze italiane. Una macchina organizzativa costruita sui social, attraverso profili nazionali e territoriali, con l’obiettivo di importare in Italia il clima delle rivolte che stanno attraversato diversi Paesi europei.
La rete di Italia in Piazza e i collegamenti politici
Al centro della c’è un movimento nato appena tredici giorni prima degli scontri, “Italia in Piazza”, e una serie di collegamenti che arrivano fino al Fronte rivoluzionario italiano.
Tutto comincia il 4 ottobre, quando su Instagram compare l’account creato per promuovere la mobilitazione del 17 ottobre, che si presenta come espressione spontanea del malcontento giovanile. I contenuti vengono diffusi in collaborazione con Erick Jara, Capoditaglia e Nuovi Italiani.
Quest’ultimo è il movimento riconducibile allo stesso Jara, già candidato nella lista civica Milano Libera. Proprio Jara che ha rivendicato la manifestazione di piazza Duomo all’indomani degli scontri, senza prendere le distanze dalle violenze.
Ma il filo conduce anche al Fronte rivoluzionario italiano, con il quale la rete ha condiviso iniziative. Un collegamento che va letto soprattutto alla luce della strategia comunicativa utilizzata per alimentare la mobilitazione.
Basta leggere i messaggi pubblicati prima del 17 ottobre. “Unendoci al clima di insoddisfazione e coraggio che sembra respirarsi ormai in tutta Europa, tra Francia, Spagna, Belgio, Germania, anche l’Italia è pronta”, annuncia il movimento. Un esplicito richiamo alle proteste internazionali, presentate come modello per la mobilitazione italiana.
Nei video pubblicati dall’account compaiono cortei oceanici, fumogeni, incendi e manifestazioni straniere. Una sequenza di proteste accompagnata da messaggi che invitano a trasformare il malcontento individuale in forza collettiva. “Il 17 ottobre non restiamo a guardare. È il momento di farci sentire”, si legge in uno dei post.
È la conferma dell’esistenza di una rete di comunicazione che non si ferma a Milano, ma si articola attraverso profili territoriali, comprese le proteste al sud Italia. Gli organizzatori proclamano “No a partiti, no a sindacati”, rivendicando una mobilitazione senza appartenenze. Eppure, dietro questa facciata apartitica compaiono collaborazioni con attivisti già impegnati politicamente e collegamenti con realtà che si richiamano esplicitamente alla rivoluzione.
Gli scontri del 17 ottobre a Milano
Poi arriva il 17 ottobre. A Milano la protesta degenera in violenza. Gruppi di giovanissimi con il volto coperto si scontrano con le forze dell’ordine, lanciano bombe carta, pietre e transenne, trasformando l’area tra Cordusio e piazza Duomo in un campo di battaglia.
Il bilancio è di decine di persone fermate o identificate, feriti e danni. Disordini si registrano anche in altre città italiane.
Ma nulla di tutto ciò è frutto del caso, anche se non può che preoccupare la rapidità con cui si riescono a creare nuove realtà di piazza con lo scopo di sovvertire l’ordine democratico.
